Di Luca Franceschi
///
L’apertura della Commissione europea sulla flessibilità per gli investimenti energetici rappresenta un passo avanti positivo, sebbene rimanga necessaria e preferibile un’iniziativa comunitaria fondata su investimenti comuni finanziati con debito dell’Unione europea. La dipendenza dai combustibili fossili costituisce infatti un problema europeo nel suo complesso, anche se in Italia raggiunge i livelli più insostenibili e allarmanti in assoluto.
Di fronte alla crisi energetica più grave degli ultimi anni, l’Unione europea ha autorizzato gli Stati membri a ricorrere a maggiore debito nazionale per finanziare gli investimenti. Si tratta di un’opzione senza dubbio utile, tuttavia resta pur sempre debito pubblico aggiuntivo, con la conseguenza di favorire i Paesi che dispongono già di maggiori margini e il rischio di acuire i divari tra gli Stati: l’esatto contrario di quanto avviene con gli investimenti comuni, per i quali si chiede al governo di battersi. Inoltre, questa flessibilità potrà essere impiegata per realizzare investimenti, non per ridurre le accise: consente cioè di fare ciò che il governo italiano non ha fatto in questi quattro anni, con la sua inspiegabile guerra alle rinnovabili.
Il Partito Democratico auspica che l’Italia utilizzi questi spazi di flessibilità nella direzione indicata da tempo: recuperare gli enormi ritardi accumulati in questi anni dal governo Meloni sullo sviluppo delle rinnovabili, sull’efficienza energetica e sugli investimenti in reti e accumuli.
Rimane aperto il nodo di come sostenere nell’immediato le famiglie e le imprese più vulnerabili, con misure quanto più possibile mirate e selettive. Il governo può finanziarle attraverso la tassazione degli extraprofitti delle società energetiche, dando così seguito concreto, a livello nazionale, alla proposta avanzata in sede europea dal suo stesso ministro dell’Economia insieme ai colleghi di Austria, Germania, Portogallo e Spagna.
