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M5S – MOVIMENTO 5 STELLE * PARLAMENTO: «PATUANELLI (M5S): MELONI HA FIRMATO TUTTO E ORA NON SA PIÙ COME USCIRNE»

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14.10 - lunedì 18 maggio 2026

Di Luca Franceschi
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Dopo quattro anni di stagnazione economica, tre anni consecutivi di diminuzione della produzione industriale, salari reali che rimangono al di sotto dei livelli pre-inflazione e una pressione fiscale che ha raggiunto il massimo storico del 43,1% del PIL, la premier Giorgia Meloni si accorge solo ora che il caro energia rappresenta un problema cruciale per il Paese. La soluzione trovata? Scrivere una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, chiedendo che le risorse destinate al sostegno di famiglie e imprese possano godere della medesima flessibilità fiscale già concessa per le spese militari e la difesa.

Sorge però spontanea una domanda: dov’era il Governo italiano fino a questo momento? Per anni l’esecutivo guidato da Meloni ha approvato senza esitazioni ogni documento proposto da Bruxelles e dalla NATO: dal nuovo Patto di stabilità al piano ReArm Europe, fino all’impegno vincolante di incrementare la spesa militare fino al 5% del PIL entro il 2035.

Solo adesso, di fronte a un’economia italiana in evidente difficoltà, la premier si rende conto dell’impossibilità di giustificare agli italiani come mai le risorse per acquistare armamenti si trovino facilmente, mentre per ridurre le bollette energetiche i fondi sembrino sempre insufficienti.

Questa lettera, tuttavia, non segna alcun cambio di rotta nella politica economica del Governo. Si tratta piuttosto di un tentativo tardivo e poco credibile di salvare gli impegni assunti sulla spesa militare, aggiungendovi una patina di aiuti energetici per rendere il tutto più accettabile all’opinione pubblica.

In sostanza, non vengono messe in discussione le priorità sbagliate già stabilite, ma si cerca semplicemente un escamotage contabile per farle sembrare meno gravose. Nel frattempo, i dati economici dipingono un quadro allarmante: nel 2025 l’Italia registra una crescita dello 0,5%, tra le più basse dell’intera Unione europea. L’inflazione è tornata a salire al 2,8%, i prezzi dei prodotti alimentari non trasformati sono aumentati del 6%, mentre il debito pubblico continua la sua corsa al rialzo, poiché la crescita economica risulta troppo debole per compensare il peso degli interessi.

Questi sono gli effetti concreti della filosofia economica adottata dalla destra: compressione salariale, inseguimento ossessivo dell’avanzo primario e l’illusione che il Paese possa svilupparsi senza una vera politica industriale e senza investimenti pubblici adeguati.

La visione alternativa è diametralmente opposta. L’Italia può crescere soltanto attraverso investimenti strategici in innovazione, energie rinnovabili, infrastrutture moderne, welfare efficiente e sostegno concreto alle imprese. L’avanzo primario può certamente rappresentare uno strumento utile, ma non deve trasformarsi in un idolo da venerare a costo di soffocare il sistema produttivo e impoverire le famiglie italiane.

La premier Meloni oggi finge di opporsi alle imposizioni di Bruxelles, ma nella realtà sta semplicemente cercando di rendere compatibili gli accordi che ha già sottoscritto con una situazione economica che il suo stesso Governo ha contribuito ad aggravare. Prima ha firmato ogni documento senza riserve, poi ha lasciato il Paese in una condizione di stallo. Ora, quando la situazione è ormai compromessa, prende carta e penna e chiede aiuto alla Commissione europea. Il problema è che, mentre la narrazione propagandistica cambia quotidianamente, i danni inflitti all’economia reale continuano ad accumularsi e a pesare sui cittadini.

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