Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “l’Adige“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Claudio Cia
Consigliere Pat
Immigrazione, i numeri chiedono serietà: non slogan. Nel dibattito pubblico sull’immigrazione ricorrono spesso formule come “sono la nostra salvezza”, “sono la nostra benedizione”, “sono le nostre risorse”, “guai se non ci fossero”. Espressioni ad effetto, utili forse a uno slogan, ma del tutto insufficienti a descrivere un fenomeno complesso, difficile da governare e segnato da molteplici variabili. Quando si parla di immigrazione, il punto non dovrebbe essere cercare parole consolatorie o assolute, né in senso colpevolizzante né in senso salvifico, ma riportare il confronto alla realtà dei dati.
I numeri, anzitutto, dicono che non siamo di fronte a una presenza marginale. Al 1° gennaio 2026 i residenti di cittadinanza straniera in Italia sono 5 milioni e 560 mila, pari al 9,4% della popolazione totale, senza considerare gli ingressi irregolari. Si tratta dunque di una componente strutturale del Paese. Proprio per questo merita un’analisi seria, non semplificazioni emotive o definizioni assolute. Parlare di “benedizione” o di “salvezza” senza contesto significa sostituire la complessità con una formula.
Anche sul piano economico è necessario uscire dalle rappresentazioni facili. La Relazione annuale della Banca d’Italia riporta che nel 2024 le rimesse inviate all’estero hanno raggiunto 8,7 miliardi di euro. È un dato ufficiale, oggettivo, che non autorizza né demonizzazioni né letture ingenue: segnala semplicemente l’esistenza di un flusso molto rilevante di denaro che esce dal Paese e che, se si vuole discutere seriamente di immigrazione, non può essere ignorato né coperto da slogan edificanti.
Lo stesso vale per il tema della sicurezza. I dati del Ministero della Giustizia indicano che al 31 dicembre 2025 i detenuti stranieri presenti negli istituti penitenziari italiani erano 20.116 su 63.499 detenuti complessivi, pari a circa il 31,7%; un ulteriore 22,5% risulta agli arresti domiciliari. Anche questo è un dato che merita attenzione, ma va usato con rigore: riguarda la popolazione detenuta, non coincide automaticamente con la quota complessiva dei reati e non può essere piegato né a una lettura allarmistica né a una narrazione assolutoria. Il compito delle istituzioni è distinguere, contestualizzare e non manipolare i numeri per adattarli a una tesi precostituita, anche se resta difficile pensare che in carcere finiscano gli angeli.
C’è poi un altro aspetto che troppo spesso viene trattato in modo ideologico: il welfare. Da una parte c’è chi presenta gli stranieri come un peso indistinto sul sistema sociale; dall’altra chi li descrive come una risorsa automatica, quasi benefica per definizione, condensata in formule come “guai se mancassero”. Anche qui, i dati ufficiali dell’INPS chiedono maggiore rigore. Nel 2024, tra i cittadini stranieri presenti negli archivi dell’Istituto, l’86,3% è composto da lavoratori attivi, l’8,2% da pensionati e il 5,5% da percettori di prestazioni a sostegno del reddito. Numeri che non confermano né la caricatura di una massa mantenuta dall’assistenza, né la favola opposta di una “salvezza” da celebrare senza distinguere. Confermano, piuttosto, che la realtà è più articolata degli slogan. Diverso è il tema dell’irregolarità, che si traduce non in un apporto, ma in costi inevitabili di gestione, controllo e assistenza, interamente sostenuti dalla collettività e dalle strutture pubbliche.
Ed è precisamente questo il punto, politico e culturale. Quando si riduce l’immigrazione a una formula assoluta — “risorsa”, “benedizione”, “salvezza” — si smette di spiegare il fenomeno e si comincia a fare propaganda. Ma le istituzioni non possono accontentarsi della propaganda. Devono tenere insieme legalità, integrazione, sostenibilità sociale, lavoro, sicurezza e tenuta dei servizi pubblici. Devono fare, in sostanza, ciò che gli slogan non fanno: leggere i numeri, contestualizzarli e tradurli in scelte concrete a tutela della comunità.
Riconoscere il contributo di molti stranieri che lavorano onestamente nel nostro Paese è doveroso. Ma è altrettanto doveroso rifiutare le semplificazioni che trasformano un tema complesso in una parola d’ordine. L’immigrazione non è una “salvezza” astratta, così come non è una categoria da giudicare in blocco. È una questione concreta, fatta di numeri, effetti, diritti, doveri e responsabilità. Ed è proprio per questo che merita meno slogan e più verità, fondata sulla realtà.
