(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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La Storia è servita. Dentro un piatto, soprattutto in Italia, dove ogni pasto racconta chi siamo e chi siamo stati.
Racconti che «Così mangiavamo», con la regia di Stefania Aphel Barzini e Alessandra Acciai, in onda sabato 18 luglio alle 23.00 su Rai Storia per il ciclo «Documentari d’autore», prova a raccogliere e a leggere, attraverso il libro delle trasformazioni sociali. Mostrando che, della nostra storia, tutto ha a che fare con il cibo.
All’inizio c’è la fame, o almeno il suo ricordo. Mangiare significa nutrirsi e lo si fa col pane. Con la polenta, le patate. Con cavoli e fagioli. I prodotti di quella terra che, nel 1950, il 42 per cento degli italiani coltiva ogni giorno. Tanti quanti quelli che non mangiano carne: un chilo, per un operaio, è una giornata di lavoro. Il frigorifero è ancora un privilegio, ma, quando arriva, riempirlo è proprio la prova più immediata del riscatto. Portare carne in tavola, conferma di aver sconfitto la guerra. Essere sovrappeso testimonia un corpo in salute. Ma insieme nasce la vergogna: quella per le origini contadine, per la frittata con le cipolle. Per l’aglio. Troppo plebeo. Niente pane nero, la sera, ma Carosello che nei supermercati vende prodotti e costruisce immaginari: quelli di un’Italia altra, moderna, ordinata, americana, in cui tutto è confezionato, lucido e pronto. Un’Italia leggera che, però, non esiste davvero.
La trasformazione investe anche il tempo. Cucinare meno diventa necessario quando le donne escono di casa, lavorano. Nel ’68 rifiutano che la cucina sia il loro unico destino e interrompono il passaggio di ricette da una generazione all’altra. I piatti pronti e i surgelati offrono libertà, ma la tavola familiare non è più un centro. Il pranzo si sposta nelle mense, nei self-service, negli autogrill: la nuova vera esperienza esotica. Di importazione. Si mangia più velocemente, spesso in piedi. E insieme a ciò che si mangia (a ciò che si consuma) cambia il modo di stare insieme e, ancora una volta, il modo di guardare al proprio corpo.
Ormai si deve dimagrire. In tv Veruska propone un nuovo modello di magrezza, così le porzioni si restringono, proliferano diete e prodotti dimagranti. Il cibo segnala appartenenza e separa le classi sociali. Insalatone, carpacci, frutta tropicale, fast food e nouvelle cuisine diventano linguaggi. Finché l’abbondanza non mostra le sue crepe. L’austerity, l’inflazione, il colera, Chernobyl trasformano il desiderio in sospetto. Gli italiani cominciano a chiedersi che cosa ci sia davvero dentro ciò che mangiano. E si ritorna a guardare ai prodotti locali e alla stagionalità, mentre l’arrivo di nuove comunità porta nelle città ingredienti e cucine che allargano ancora una volta l’identità nazionale. Un’identità che, sulla tavola, mostra che la Storia è sempre in movimento.
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