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PRC – PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA: «RIFONDAZIONE:”RAI, SERVIZIO PRIVATO”»

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10.10 - martedì 28 luglio 2026

Di Luca Franceschi
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Secondo il comunicato di Stefania Brai e Anna Camposampiero, responsabili rispettivamente di cultura ed esteri del Partito della Rifondazione comunista, è inaccettabile che un giornalista del servizio pubblico radiotelevisivo utilizzi un linguaggio che minimizza la gravità dei fatti in Medio Oriente. Nel mirino delle critiche finisce Giovan Battista Brunori, corrispondente e responsabile della sede Rai per il Medio Oriente con base a Gerusalemme, accusato di aver definito i coloni israeliani come “escursionisti” nei servizi mandati in onda dal Tg1 e dal Tg2. Il comunicato evidenzia come questa scelta terminologica risulti particolarmente grave considerando che questi stessi coloni sarebbero responsabili di massacri contro i palestinesi.

I firmatari auspicano un intervento dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione della stampa, chiedendo provvedimenti concreti nei confronti del giornalista. Non si tratterebbe di un episodio isolato: nel luglio 2025 Brunori avrebbe affermato in un servizio che “il cibo a Gaza sta avariando per il caldo e perché non ci sono organizzazioni che lo vanno a prendere”, omettendo una informazione cruciale. Secondo quanto riportato in un comunicato dell’organizzazione “Un ponte per”, l’esercito israeliano blocca sistematicamente da mesi, se non da anni, l’ingresso degli aiuti, lasciandoli marcire al confine di Gaza e minacciando con la forza, fino all’uccisione, coloro che tentano di riceverli o distribuirli.

Le critiche si estendono anche ai vertici editoriali: risulta inaccettabile che i direttori del Tg1 e Tg2 abbiano dato il via libera a simili servizi e che Brunori abbia continuato a svolgere il suo ruolo di responsabile Rai in Medio Oriente. In generale, il comunicato sottolinea come tutto questo avvenga all’interno del servizio pubblico radiotelevisivo.

Tuttavia, le questioni sollevate vanno ben oltre il singolo giornalista e il singolo episodio. Secondo Brai e Camposampiero, il problema strutturale risiede nel fatto che la Rai è stata posta sotto il controllo diretto del Governo dalla controriforma Renzi nel 2015 e nessuno finora l’ha riportata in ambito parlamentare. L’emittente è governata da un Amministratore delegato con pieni poteri di gestione e rappresentanza, mentre il suo consiglio di amministrazione è ridotto a mera gestione dell’esistente. Alcuni consiglieri sarebbero addirittura costretti a far sentire la loro voce di dissenso tramite comunicati stampa, che ovviamente non cambiano assolutamente nulla, forse solo per tranquillizzare alcune coscienze.

Un’ulteriore criticità riguarda il mancato rinominazione della Commissione parlamentare di vigilanza, come prevede non solo la legge ma anche una sentenza della Corte costituzionale.

Le firmatarie ritengono che le lavoratrici e i lavoratori della Rai abbiano diritto a una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo in grado di garantire autonomia culturale, libertà creativa, valorizzazione delle professionalità piuttosto che delle semplici “fedeltà”. Una riforma che preveda la partecipazione alla gestione e la verifica democratica da parte delle forze sociali, culturali e professionali.

Allo stesso modo, gli utenti dovrebbero avere diritto a un servizio pubblico che sia specchio e portavoce del paese e dei suoi problemi, specchio e portavoce delle tante culture che lo attraversano. Una Rai che torni ad essere volano della produzione culturale del nostro Paese.

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