Di Luca Franceschi
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Il rogo che ha causato la morte di quattro braccianti immigrati sulla strada statale 106 nei pressi di Amendolara, in provincia di Cosenza, rappresenta un crimine che estende le sue responsabilità ben oltre i singoli autori materiali. I caporali che, secondo le prime ricostruzioni, hanno perpetrato questo gesto atroce nei confronti dei propri colleghi di lavoro, forse spinti da futili motivi economici o da logiche di predominio, costituiscono solamente l’anello finale di una catena molto più lunga e complessa.
I veri responsabili che dovrebbero essere chiamati a rendere conto sono i decisori politici a vari livelli. Il governo nazionale possiede i mezzi economici necessari attraverso i 200 milioni di euro stanziati dal PNRR, risorse che potrebbero essere impiegate per assicurare condizioni di vita degne a coloro che lavorano. Tali interventi dovrebbero includere la disponibilità di alloggi adeguati, l’accesso ai servizi sanitari e il rispetto rigoroso delle norme contrattuali.
Le amministrazioni regionali e comunali competenti per territorio non hanno presentato progetti concreti per utilizzare questi fondi, probabilmente per timore di perdere consenso elettorale. Si aggiunge a ciò una legislazione insufficiente nel contrasto al caporalato, l’assenza di attività di controllo e di ispettori del lavoro che esercitino realmente la propria funzione, e una concezione diffusa secondo cui la vita di chi svolge lavoro manuale nei campi, specialmente se persona di colore diverso, non meriti alcuna forma di protezione legale.
Le normative che regolamentano i flussi migratori si rivelano palesemente funzionali al sistema criminale organizzato che domina le forme più illegittime del mercato del lavoro. Come possono coloro che promuovono politiche di remigrazione argomentare sulla “sicurezza” e sulla “difesa del territorio” se non sono in grado di assicurare i diritti elementari di chi svolge lavoro?
L’articolo 1 della Costituzione antifascista e repubblicana, proprio nel momento in cui la Repubblica viene celebrata con parate militari che appaiono oscene, viene ancora una volta sommerso dal fango generato da questa violenza omicida. Opporsi consapevolmente a questa diffusa “banalità del male” rappresenta un dovere civile per ognuno di noi.
