Di Luca Franceschi
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Domani, 12 giugno, è indetto uno sciopero nazionale che coinvolge le lavoratrici e i lavoratori della cultura. L’iniziativa è promossa dall’associazione “Mi riconosci?”, da FP Cgil, DL Cobas, CLAP, Cobas Lavoro Privato e Sial Cobas per tutti gli appalti pubblici, inclusi quelli del Ministero della Cultura. All’iniziativa aderisce anche Nidil Cgil, che rappresenta i lavoratori e le lavoratrici in somministrazione del Ministero della Cultura e del comparto Federculture.
Il Partito della Rifondazione comunista esprime il suo pieno sostegno a questa mobilitazione, schierandosi accanto a coloro che domani scenderanno nelle piazze di numerose città italiane. La manifestazione riveste un’importanza storica poiché per la prima volta operatori dello spettacolo, dell’editoria, della produzione artistica, dei beni culturali, personale dei musei e delle biblioteche si uniscono per rivendicare un cambio radicale nelle politiche culturali del Governo. Le istanze rivendicative includono maggiori investimenti pubblici, un piano straordinario di assunzioni al Ministero della cultura e nelle istituzioni culturali pubbliche, stabilizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori per eliminare la precarietà e le false partite iva, sicurezza sul lavoro e difesa della salute, nonché il riconoscimento della dignità del lavoro nella cultura. Tra le rivendicazioni figura anche lo stop ai fondi per il riarmo.
Nel 2024, in Italia risultano occupati circa 843 mila lavoratori nei settori culturali, corrispondenti al 3,5% dell’occupazione totale. Una percentuale preoccupante emerge tuttavia dall’analisi della tipologia contrattuale: il 41,3% di questi occupati (rispetto al 14,5% del totale degli occupati) sono lavoratori autonomi “senza dipendenti”, ossia false partite iva, che rappresentano lavoratori precari privi di diritti contrattuali e previdenziali, caratterizzati da una condizione strutturalmente “intermittente”. Da queste statistiche rimangono esclusi inoltre i numerosi lavoratori in nero, frequentemente qualificati come “volontari”.
L’Italia detiene anche un altro primato negativo: è posizionata al penultimo posto nella graduatoria comunitaria riguardante il lavoro giovanile nei settori culturali. La fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni rappresenta il 12,8% dell’occupazione culturale, dato significativamente inferiore al 18,1% della media europea.
Secondo un’indagine condotta da “Mi riconosci?”, nel settore dei beni culturali le tariffe orarie frequentemente scendono al di sotto dei 7-8 euro lordi, mentre oltre la metà dei lavoratori non raggiunge i diecimila euro di reddito annuo. Una situazione che impatta direttamente sulle prospettive di carriera e sulla sostenibilità economica della categoria.
La maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici dei settori culturali incontra significative difficoltà nel raggiungimento dell’età pensionabile. A fronte di circa 308 mila lavoratori dello spettacolo nel 2023, sono state retribuite solamente 78 ore di lavoro all’anno per lavoratore, laddove ne occorrerebbero da 90 a 120 per accedere alla pensione.
Un ulteriore elemento critico riguarda la gestione del patrimonio culturale: l’Italia è il paese in cui la maggior parte del patrimonio culturale di proprietà pubblica, che rappresenta il 65% del totale, viene affidata in gestione ai privati. Un esempio emblematico è costituito dallo storico “Cimitero delle fontanelle” di Napoli, che fino al 2020 era stato gestito dal Comune con ingresso gratuito e che attualmente è stato affidato a una cooperativa privata con modalità che prevedono un accesso a pagamento e l’assegnazione del 85% delle entrate per un periodo di 12 anni.
Il Partito della Rifondazione comunista ha sempre sostenuto il riconoscimento integrale dei diritti dei lavoratori della cultura, includendo malattia, maternità, inabilità, infortuni sul lavoro, invalidità, ferie, disoccupazione e formazione. L’organizzazione rivendica che siano considerati come “lavoro” a tutti gli effetti, anche ai fini contributivi e pensionistici, i periodi non retribuiti e quelli dedicati alla formazione professionale. Inoltre, sostiene che ai lavoratori dello spettacolo sia garantito un reddito anche durante i periodi di non lavoro, secondo il modello dell’intermittenza francese vigente dal 1936.
Riconoscere e garantire i diritti, la dignità e la professionalità dei lavoratori e delle lavoratrici della cultura significa anche tutelare chi svolge un servizio pubblico essenziale: l’accesso di tutte e di tutti alla fruizione della cultura e della conoscenza, della produzione artistica e dei beni culturali. Per questi motivi il Partito della Rifondazione comunista rimane al fianco di chi domani manifesterà nelle piazze italiane.
