Di Luca Franceschi
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Nel quartiere Pilastro di Bologna si è consumato un episodio che lascia interrogativi inquietanti. Agenti di polizia hanno notato un cittadino marocchino, Abderrahim Fakir di 43 anni, ritenuto in stato di agitazione. La loro reazione è stata quella di ammanettarlo con fascette di plastica e spruzzargli addosso spray al peperoncino. Le motivazioni di questa azione rimangono ancora oscure, ma l’uomo ha tentato invano di chiedere aiuto prima di accasciarsi privo di vita. I soccorsi si sono rivelati inutili: Abderrahim era già deceduto.
L’accaduto solleva questioni profonde sulla situazione attuale. Quello che si realizza è la remigrazione e il pugno duro promesso dalla politica in carica, traducendosi in una libertà, di fatto, di colpire senza ostacoli le persone razzializzate, la cui vita è considerata uno scarto dalla società.
Il parallelismo storico è eloquente. Venticinque anni fa, il 19 luglio, decine di migliaia di persone si raccoglievano a Genova per manifestare contro il G8, chiedendo libertà di movimento per tutti. Oggi, nella stessa data simbolica, si constata come vecchie e nuove modalità di repressione continuano a colpire coloro che hanno il difetto di possedere una pelle di colore diverso, divenendo così bersaglio di una sempre più capillare macchina repressiva.
Questo sistema di controllo trova ulteriore consolidamento nel Patto europeo su migrazione e asilo e nel regolamento sulle deportazioni, recentemente approvati, misure che potranno trasformarsi nell’equivalente italiano dell’agenzia statunitense per i rimpatri.
La comunità di coloro che si oppongono alle svolte securitarie e suprematiste in atto rimane vicina alla famiglia di Abderrahim, con la promessa di non cessare mai la resistenza a queste politiche.
