Di Luca Franceschi
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Per la terza volta uno scoppio presso lo stabilimento ex Esplodenti Sabino di Casalbordino, in provincia di Chieti, provoca vittime: al momento si contano un morto e una persona ferita in modo grave.
Lo stabilimento è passato sotto il controllo di una multinazionale turca in seguito all’ultimo sequestro disposto dalla magistratura, tuttavia le condizioni di sicurezza non hanno registrato miglioramenti significativi.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ripercorre la drammatica cronaca dell’impianto. Dopo il primo incidente che costò la vita a tre operai, Acerbo e Augusto De Sanctis denunciarono le inadempienze della Prefettura e delle altre autorità competenti rispetto a uno stabilimento classificato ad alto rischio secondo la Direttiva Seveso. A quella tragedia seguì una seconda esplosione che mietè altre tre vittime.
La multinazionale turca ha richiesto al comitato VIA della Regione Abruzzo l’autorizzazione per avviare la produzione di proiettili esplosivi. Acerbo chiede alla Regione di negare questo nulla osta e sollecita l’intervento dei poteri pubblici affinché dispongano la chiusura definitiva dello stabilimento, definito come una “fabbrica di morte” legata al ciclo militare.
Secondo il segretario di Rifondazione, la struttura sembra essere stata protetta da servizi segreti e apparati dello stato. Acerbo ricorda che nel 1999 il proprietario e il direttore tecnico della Sabino patteggiarono per il possesso illegale di dieci tonnellate di esplosivo T4. Negli anni Novanta, Rifondazione Comunista con l’allora deputato Antonio Saia presentò un’interrogazione parlamentare riguardante esplosivi partiti dai porti abruzzesi con destinazione il Medio Oriente e l’ex Jugoslavia.
Acerbo conclude sostenendo che sarebbe necessario liberare il territorio da una presenza così pericolosa, garantendo contemporaneamente alternative occupazionali alla maestranza.
