Di Luca Franceschi
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L’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci, autore e conduttore della trasmissione d’inchiesta giornalistica Report su Rai Tre, non rappresenta un fatto isolato, bensì costituisce un segnale inequivocabile: quando il giornalismo conduce indagini approfondite e colpisce i punti vulnerabili del potere, la criminalità organizzata reagisce. La pista che conduce verso la camorra diventa sempre più concreta, poiché l’inchiesta giornalistica rimane l’unico strumento che i clan non riescono a controllare, come dimostrano i fatti stessi.
Di fronte a un sistema criminale che non si limita a operare mediante violenza nelle strade, ma che occupa posizioni rilevanti nei centri decisionali del potere. Basta osservare quanto emerso riguardante il clan Senese nella capitale: non solo attività illecite, ma affari condotti insieme alla politica che conta. Anche in questo caso, a smascherare la situazione è stata un’inchiesta giornalistica che ha provocato le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Delmastro e della capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi.
Questo è il punto in cui il giornalismo d’inchiesta diventa realmente pericoloso: quando rivela che la criminalità organizzata non costituisce un mondo separato, ma rappresenta un partner commerciale che si infiltra nelle istituzioni e influenza le decisioni politiche. Tuttavia, le responsabilità non si fermano ai palazzi della capitale. Il sistema legato a Michele Zagaria e ai clan dei Casalesi espone una realtà ancora più brutale: una camorra di stampo padronale che estende il controllo persino sulle vertenze sindacali dei lavoratori.
Risulta inaccettabile considerare operai sfruttati che, dopo anni di sacrificio, vedono applicare il pizzo anche sui risarcimenti che spettano loro legittimamente. Persone costrette ad accettare compensi insufficienti, con stipendi ridotti e dignità umana violata, mentre i boss traggono profitti dai loro diritti. Aggredire un giornalista come Ranucci e minare la credibilità del giornalismo d’inchiesta significa trasmettere un messaggio a tutta la società: non create ostacoli al potere.
Così ha dichiarato Sandro Ruotolo, responsabile dell’Informazione nella segreteria nazionale del Partito Democratico ed europarlamentare.
