Di Luca Franceschi
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Il giorno successivo alla vittoria referendaria appare ancora più significativo ripensando alle difficili condizioni di partenza: uno svantaggio iniziale, una campagna caratterizzata da un forte controllo mediatico e una narrazione che presentava una duratura sintonia tra il governo e l’opinione pubblica come ormai consolidata. La realtà, tuttavia, ha smentito queste previsioni. Quella luna di miele si è definitivamente interrotta, rappresentando forse la prima vera lezione politica da trarre da questo risultato.
Una tale rottura era inevitabile prima o poi, ma ciò che conta realmente è il modo in cui è avvenuta: in forma netta e inequivocabile. Ha inciso notevolmente il divario tra il racconto del Paese proposto da Giorgia Meloni e la sua realtà concreta. Tuttavia, le ragioni della sconfitta non si limitano a questo fattore.
Emergono almeno tre ulteriori elementi determinanti. Il primo riveste carattere politico e internazionale: Giorgia Meloni si è posizionata come la leader europea maggiormente allineata alle posizioni di Donald Trump. Non sorprende quindi che numerosi osservatori abbiano interpretato questa sconfitta anche come segnale di difficoltà di quel modello politico specifico, una destra maggiormente orientata al comando piuttosto che al governo, più incline alla semplificazione che non alla complessità propria delle democrazie liberali.
Il secondo elemento riguarda la politica estera e la questione della credibilità: relativamente al conflitto internazionale, l’esecutivo non ha mai elaborato realmente una linea di azione nitida e facilmente riconoscibile. Tale ambiguità ha prodotto conseguenze significative, poiché nei momenti caratterizzati da crisi i cittadini richiedono coerenza negli orientamenti, non oscillazioni incerte.
Il terzo elemento, presumibilmente il più rilevante, concerne il livello di partecipazione al voto, specialmente tra i giovani. Coloro che manifestavano preoccupazione per quanto accade a Gaza, così come quanti si schieravano a favore della pace, in molti si sono presentati ai seggi. Le loro scelte sono state guidate da una considerazione semplice eppure potente: preservare i principi costituzionali.
L’errore fondamentale risiederebbe nel tentativo di riformare un ambito così delicato come l’apparato giudiziario seguendo logiche di parte, partendo da una concezione del potere basata sul comando piuttosto che sul governo effettivo, senza manifestare il necessario rispetto verso l’avversario politico. Quando si diffonde questa prospettiva di una democrazia “illiberale”, nella quale chi conquista la maggioranza può decidere unilateralmente ogni questione, prima o poi arriva inevitabilmente una risposta dall’elettorato. Questo voto rappresenta precisamente quella risposta.
