(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
///
Mentre in Sicilia, Calabria e Sardegna si continua a contare una devastazione che vale miliardi di euro, il governo ha per giorni minimizzato la portata del disastro. Solo ora la presidente del Consiglio si reca in Sicilia, con un sopralluogo tardivo, che arriva dopo che intere comunità sono state lasciate sole ad affrontare frane, allagamenti, evacuazioni, attività distrutte, lavoratori fermi, famiglie senza casa.
A fronte di danni stimati intorno ai due miliardi, l’esecutivo ha stanziato appena 100 milioni. Una cifra simbolica, del tutto sproporzionata rispetto all’emergenza reale. È il segno di una sottovalutazione grave, che rischia di tradursi in un abbandono concreto dei territori colpiti. Non siamo davanti a un evento isolato. I numeri di Legambiente parlano chiaro: solo nel 2025 in Italia si sono registrati 376 eventi meteo estremi, un dato in aumento rispetto all’anno precedente.
Il rischio idrogeologico oggi coinvolge il 94% dei comuni italiani. Eppure il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, atteso da anni, è rimasto sulla carta: approvato ma mai finanziato. Nell’ultima legge di bilancio non ci sono risorse per renderlo operativo. Così il Paese continua a rincorrere le catastrofi invece di prevenirle. Si spende dopo quattro volte quello che si dovrebbe investire prima. D
al 1999 al 2024 sono stati stanziati oltre 20 miliardi per il dissesto, ma solo poco più di un terzo degli interventi è stato completato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il rischio cresce e le comunità restano esposte. Il Partito Democratico indica una strada diversa e immediata: reperire risorse vere, a partire da almeno un miliardo oggi bloccato su un’opera priva di urgenza come il ponte sullo Stretto; sospendere tributi e contributi per famiglie e imprese colpite; accelerare la messa in sicurezza dei territori; finanziare subito il Piano di adattamento; approvare la legge contro il consumo di suolo ferma da oltre dieci anni. Questa non è un’emergenza di serie B. È una questione nazionale che misura la credibilità dello Stato.
Arrivare tardi e con interventi simbolici non basta. Serve un cambio di passo: meno propaganda, più prevenzione. Meno opere bandiera, più sicurezza per le persone. Il governo ha il dovere di dimostrare che nessun territorio è sacrificabile.
