Di Luca Franceschi
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La proposta sul salario minimo presentata tre anni fa dalle opposizioni definisce il salario coerente con l’articolo 36 della Costituzione come quello che non può essere inferiore al trattamento economico complessivo riconosciuto dai contratti siglati dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale. Questo è il concetto che il Governo Meloni chiama oggi “giusto salario”, rappresentando una importante inversione di rotta dopo tre anni di difesa della contrattazione pirata.
Tuttavia, secondo la critica mossa dalla responsabile Lavoro della segreteria nazionale del Pd, il decreto del primo maggio presentato dall’esecutivo si ferma all’ultimo miglio. A differenza della proposta delle opposizioni, il provvedimento governativo non obbliga affatto le imprese che sottoscrivono contratti pirata a riconoscere ai propri lavoratori quella retribuzione definita giusta e che dovrebbe dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione. Il decreto si limita a negare loro alcuni incentivi temporanei, risultando assolutamente insufficiente a compensare il vantaggio economico che queste aziende ottengono applicando salari particolarmente bassi.
La proposta delle opposizioni aggiunge un vincolo considerato imprescindibile: anche i contratti più rappresentativi non possono prevedere minimi tabellari al di sotto di una soglia di dignità decisa per legge. Secondo questa prospettiva, retribuzioni inferiori ai 9 euro all’ora costituirebbero sfruttamento piuttosto che lavoro legittimo, poiché la tutela costituzionale dei lavoratori deve andare oltre l’esito dei rapporti di forza tra le parti sociali.
Senza un minimo legale e senza alcun obbligo di applicazione dei contratti più rappresentativi, la proposta del Governo rimane ritenuta monca e insufficiente. L’impegno dichiarato è quello di battersi per modificarla nel corso dei lavori parlamentari.
