Di Luca Franceschi
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Il referendum sulla giustizia rappresenta uno snodo cruciale per il futuro democratico del paese. Non è infatti in discussione solo una riforma del settore giudiziario, bensì l’intero impianto politico e costituzionale che l’esecutivo di destra sta cercando di trasformare. L’approvazione della riforma, infatti, comporterebbe conseguenze che vanno ben al di là del solo ambito della magistratura.
Le iniziative governative su autonomia differenziata e premierato non vanno considerate come interventi frammentari e scollegati tra loro. Si tratta piuttosto di componenti integrate di uno stesso progetto politico, il cui proposito dichiarato consiste nel concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo, eliminare i contrappesi istituzionali e indebolire progressivamente i principi costituzionali. Questo modello politico trova i suoi riferimenti internazionali nei governi autoritari che in diverse parti del mondo stanno erodendo le fondamenta delle democrazie liberali.
Le intenzioni di questa stagione politica non perseguono l’obiettivo di modernizzare le istituzioni per renderle più efficienti o giuste. L’obiettivo reale è destabilizzare l’equilibrio democratico che è stato edificato nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, basato sulla distinzione netta dei poteri, sulla tutela dei diritti fondamentali, sul sistema pluralista e sul ruolo centrale del diritto internazionale.
La vera questione in gioco nel referendum riguarda quale modello di democrazia il paese intende preservare. Nel merito specifico della riforma, l’aspetto più critico concerne l’istituzione di un doppio Consiglio Superiore della Magistratura e di un’alta corte disciplinare, strumenti che avrebbero l’effetto di sottoporre la magistratura a pressioni dall’esecutivo, creando così un sistema dove il potere esecutivo potrebbe controllare l’organo deputato a verificare la sua legittimità.
Una vittoria del fronte del No al referendum porterebbe alla compromissione non soltanto di questa singola riforma, ma comporterebbe incrinature significative nel progetto complessivo del governo, incidendo inoltre sulla coesione della coalizione di maggioranza, lacerata dalle divergenze tra diverse componenti su questioni come l’autonomia differenziata e il premierato.
