Di Luca Franceschi
///
Il Partito Democratico critica aspramente il decreto del governo, accusandolo di tradire gli impegni presi sul fronte del diritto del lavoro. Secondo quanto sostengono i dem, il provvedimento rivela un voltafaccia rispetto alle posizioni iniziali assunte dall’esecutivo durante i negoziati con le parti sociali.
Il governo aveva inizialmente proposto una definizione di rappresentatività basata sul numero di contratti firmati, una posizione poi abbandonata a causa della forte opposizione manifestata da sindacati e associazioni datoriali. L’esecutivo ha quindi accettato il criterio già consolidato nell’ordinamento italiano, secondo il quale i contratti di riferimento devono essere quelli sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
Tuttavia, secondo il Pd, il pentimento del governo si è concretizzato in una serie di emendamenti e riformulazioni che hanno portato a un decreto profondamente diverso da quello inizialmente negoziato. Il provvedimento, che sarà approvato con la fiducia, contiene una definizione di “salario giusto” che, pur sembrando solida sulla carta, è stata costruita in modo tale da poter essere facilmente aggirata.
La maggioranza, sostengono Guerra e Scotto, approfitta dell’occasione per introdurre ulteriori peggioramenti nel mercato del lavoro. Il decreto aumenterebbe la precarietà, renderebbe di fatto inapplicabili i diritti che la nuova direttiva europea dovrebbe garantire ai rider, e limiterebbe l’autonomia delle parti sociali imponendo per legge parametri vincolanti per la definizione degli accordi.
Questo scenario si delinea mentre continuano ad arrivare segnalazioni di lavoratori e lavoratrici costretti in condizioni di grave sfruttamento, ricatti, lavoro in ambienti insalubri e insicuri. La perplessità espressa dai rappresentanti del Pd riguarda soprattutto la scelta di designare questo provvedimento come “decreto Primo Maggio”, data simbolicamente associata alla celebrazione dei diritti dei lavoratori.
