Di Luca Franceschi
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Il Governo nazionale ha fallito anche sul fronte del reclutamento del personale nei Comuni con meno di 5.000 abitanti, localizzati in gran parte nelle aree interne e montane. Due avvisi specifici, rivolti a una platea di oltre 5.000 municipi italiani per l’indizione di un concorso unico nazionale, hanno registrato l’adesione di soli circa 80 Comuni, pari all’1,5% dell’intera categoria. Il bando aperto di recente mette a disposizione unicamente 178 posizioni a livello nazionale.
Lo Stato non può affrontare la crisi di attrattività del lavoro pubblico nei piccoli enti limitandosi a pagare i costi della procedura selettiva. Non è possibile lasciare l’intero onere degli stipendi delle nuove figure a carico dei bilanci comunali, già ridotti allo stremo, e al contempo pretendere di attrarre professionisti senza introdurre incentivi economici, di carriera o di welfare territoriale per chi sceglie di operare in queste realtà.
Nelle settimane passate IFEL ANCI ha lanciato l’allarme sul rischio di un vero e proprio collasso del personale nei Comuni italiani, stimando un calo della forza lavoro che potrebbe raggiungere il 50% in sette anni. Se lo Stato non interviene immediatamente, non solo organizzando i concorsi ma rilanciando l’inquadramento professionale dei dipendenti pubblici e sostenendo strutturalmente la spesa corrente dei bilanci comunali, le aree interne saranno le prime a risentire di questo progressivo svuotamento di competenze.
La soluzione che i piccoli Comuni attendono è contenuta nella proposta di legge quadro sulle aree interne a prima firma Schlein, che prevede lo stanziamento di 20 milioni di euro all’anno specificamente destinati a sostenere le assunzioni e la continuità amministrativa nei territori più vulnerabili. Questa rappresenterebbe la vera risposta strutturale al problema.
