Di Luca Franceschi
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La legge “Liberi di scegliere” rappresenta un intervento decisivo nel contrasto alla criminalità organizzata, affrontando la questione della trasmissione intergenerazionale del potere mafioso. Il provvedimento si fonda su due principali meccanismi d’azione: il denaro e i legami familiari, elementi che storicamente hanno costituito le fondamenta sulle quali la mafia ha costruito la propria perpetuazione nel tempo.
L’importanza di questa norma risiede nella possibilità concreta di interrompere il ciclo criminale attraverso l’intervento delle madri, figure centrali che possono decidere consapevolmente di sottrarre i giovani dalla manovalanza della criminalità organizzata. Si tratta di un’azione culturale e morale che affonda le radici negli insegnamenti di Giovanni Falcone, il quale ha definito la mafia come un fenomeno umano caratterizzato da un inizio e, conseguentemente, da una possibile fine. Allo stesso modo, Paolo Borsellino ha evidenziato come la battaglia contro le organizzazioni criminali debba innanzitutto rappresentare un movimento culturale e morale, per poi tradursi successivamente in azioni di natura giudiziaria e repressiva.
Questo provvedimento sintetizza magistralmente i due orientamenti appena descritti, configurandosi come una misura storica nel contrasto al crimine organizzato, paragonabile per importanza alle leggi sui collaboratori di giustizia. Le azioni previste si articolano secondo due direttrici complementari: la protezione e l’assistenza personale da un lato, e il supporto economico dall’altro.
L’applicazione delle misure sarà affidata ai Tribunali competenti in materia di diritti delle persone e della famiglia, su indicazione del procuratore della Repubblica. Qualora ritenuto opportuno dall’autorità giudiziaria, le misure potranno includere il trasferimento immediato in luoghi protetti, l’adozione di vigilanza e protezione urgente, nonché l’utilizzo di documenti di copertura quando necessario.
Nel panorama normativo antimafia esiste un’articolata struttura di leggi: quelle che puniscono gli affiliati alle organizzazioni criminali, quelle che colpiscono i patrimoni illeciti e quelle che rendono più complessa la condotta delittuosa. Tuttavia, questa nuova legge appartiene a una categoria ancor più ambiziosa, poiché mira a impedire alle organizzazioni mafiose di avere un futuro.
Le strutture mafiose hanno sempre dimostrato una straordinaria capacità di adattamento nel corso della loro storia. Hanno modificato il proprio linguaggio, diversificato gli affari illeciti, imparato a presentarsi come imprenditori e professionisti, infiltrandosi nell’economia legittima e condizionando persino la vita democratica delle comunità. Esiste tuttavia un elemento rimasto invariato: la loro capacità di perpetuarsi attraverso i vincoli familiari, utilizzando il sangue come lo strumento più potente per trasmettere il potere criminale alle generazioni successive.
Le organizzazioni mafiose comprendono perfettamente che un figlio cresciuto nella cultura criminale rappresenta un valore straordinariamente più elevato rispetto a un semplice recluta reclutato per strada. Questo perché il giovane non eredita solamente un cognome: acquisisce un sistema di valori completamente rovesciato, nel quale l’omertà si trasforma in virtù, la violenza diventa uno strumento di affermazione personale, l’obbedienza al clan prevale sul rispetto della legge e l’appartenenza criminale si configura come un destino dal quale pare impossibile emanciparsi.
Proprio per questa ragione le organizzazioni mafiose temono profondamente questa legge. La norma infatti afferma una verità tanto elementare quanto rivoluzionaria: il sangue non rappresenta il destino. Nessun minore appartiene alla mafia. Nessun figlio appartiene a un clan. Nessun cognome può tramutarsi in una condanna perpetua. La libertà di scelta di cui parla il provvedimento rappresenta, ancor prima che una libertà in senso strettamente giuridico, la libertà fondamentale di costruire consapevolmente il proprio destino personale.
