Di Luca Franceschi
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Quest’anno il voto referendario del 22 e 23 marzo acquisisce un significato che va oltre l’aspetto puramente politico, assumendo una rilevanza anche simbolica e civica. La Repubblica italiana affonda infatti le sue radici in un referendum e nella partecipazione diretta dei cittadini: recarsi alle urne rappresenta un modo concreto per onorare quella scelta fondativa e contemporaneamente consolidare i pilastri della nostra democrazia.
La riforma sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici si configura come una modifica necessaria e attesa per costruire un sistema giudiziario caratterizzato da maggiore equilibrio e trasparenza. Sottoscrivere il sì al referendum significa pronunciarsi con determinazione a favore di un principio basilare dello Stato di diritto: il giudice deve operare in posizione genuinamente terza e imparziale, mantenendosi nettamente separato da colui che sostiene l’accusa nel processo.
L’impegno per garantire un giudice terzo non rappresenta meramente una formula retorica o uno slogan politico, bensì una tutela concreta e tangibile per l’intera cittadinanza. Una simile garanzia contribuisce a rafforzare il diritto a un processo equo e a rigenerare la fiducia che i cittadini nutrono nelle istituzioni dell’ordine giudiziario.
Così si è espresso Daniela Dondi, deputato di Fratelli d’Italia e membro della commissione Giustizia della Camera dei deputati.
