(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Un silenzio di pietra, di legno, di marmo, della roccia delle falesie, si posa questa mattina, 4 luglio, su Lampedusa. Qui, un fazzoletto di terra più vicino alla Tunisia che all’Italia, arriva Leone XIV che sceglie di spegnere le parole per lasciare spazio al peso della memoria e del dolore. Resta in silenzio il Papa per tutta la prima, breve, parte del viaggio. Quella che lo conduce al cimitero di Cala pisana, poi alla Porta d’Europa e infine al Molo Favaloro, da oggi rinominato Molo Papa Francesco. Non ci sono parole, né discorsi e tantomeno proclami, soprattutto politici, da parte del Vescovo di Roma; c’è un vuoto sospeso con la nuda realtà delle rotte migratorie. Quella che raccontano le croci realizzate col legno dei barconi recuperati dalle traversate nel Mediterraneo, senza nomi, date, volti; che raccontano le ciotole, i cappelli e gli oggetti di uso quotidiano incastonati nei blocchi di ceramica e ferro zincato della Porta d’Europa; che raccontano i volti, sorridenti più o meno, dei venti migranti fatti uscire oggi dagli hotspot e portati dinanzi alla stele dedicata a Jorge Mario Bergoglio.
Un Leone silenzioso, immobile, davanti alla foto del piccolo Yusuf, morto a sei mesi in un naufragio del 2020, strappato dalle braccia della madre 17 enne dalla violenza delle onde. È tutto bianco in quel momento, forse pure per il sole accecante da cui ci si difende grazie alla brezza proveniente dalla costa. È bianca la talare del Papa, sono bianche le lapidi, sono bianchi i fiori sotto le fotografie di donne e di signori anziani con lo sfondo del mare. Delle farfalle si posano sulle croci e sui cespugli e pure sulla corona floreale che Leone depone in mezzo a quest’area del cimitero cittadino che i lampedusani curano, annaffiano, sorvegliano. Alle spalle del Pontefice c’è il sostituto monsignor Paolo Rudelli, c’è il prefetto della Casa pontificia, Petere Rajič, c’è il vicario della Diocesi di Roma, il cardinale Baldo Reina, originario di Agrigento, arcidiocesi di cui fa parte Lampedusa e rappresentata dall’arcivescovo Alessandro Damiano, per tutto il tempo a fianco al Papa sin dal suo atterraggio nel locale aeroporto alle 8.54.
In un soffio, con il corteo di macchine che attraversano vie, viali e viuzze dell’isola, transennate e riempite da abitanti e turisti scesi per strada, arrivano tutti alla Punta del Cavallo bianco dove sorge la Porta d’Europa, il monumento simbolo di arrivo e confine, morte e vita, miraggio e salvezza. A pochi metri dalla Porta una famiglia di migranti originari della Costa d’Avorio attende il Pontefice; vicino ci sono Walter e Marilena, genitori adottivi di Leonardo Derek, 11 anni, pelle color ebano, occhi penetranti che si muovono su e giù dietro la montatura nera degli occhiali per catturare ogni momento. In mano ha un foglio scritto a mano con dentro la sua storia, nell’altra un pallone che consegna al Papa perché lo regali ad un altro bambino che, magari, come lui qualche anno fa, può trovare nello sport la via per ricomporre una vita altrimenti spezzata. Leone lo abbraccia e lo prende per mano; con lui anche un’altra piccola, Maria Emanuela, 5 anni, nata nel 2021 a Lampedusa, la prima dopo 51 anni. Insieme si dirigono alla Porta realizzata dall’artista Mimmo Palladino e inaugurata nel 2008. Da solo il Papa attraversa questa scultura sul promontorio sud dell’isola, parte integrante dell’identità lampedusana. Si ferma nel mezzo, il vento gli fa svolazzare la talare, lo sguardo è sul mare, mosso e vigoroso, su quelle onde tomba e confine dove navigano le navi della Marina Militare.
A piedi e ancora solo il Papa si dirige verso la scogliera calcarea, la cosiddetta “Cala de pazzi”, dove sono piantate una bandiera dell’Italia e dell’Europa. Quasi si arrampica Papa Prevost su questi gradini naturali, segnati dal tempo e dalla salsedine, e lì pure rimane toccando le bandiere e ancora guardando l’orizzonte, mentre il vento impazza tanto da fargli volare lo zucchetto.
Infine la tappa al Molo Favaloro, teatro degli sbarchi, gli ultimi ieri sera intorno alle 22 di 17 persone dal nord Africa. Venti migranti, tra cui una donna con un bambino, eritrei e sudanesi accompagnati da volontari della Croce Rossa, attendono fuori dalla cancellata. Dalle barche, dai bar e dai balconi intorno la gente affacciata con bandiere e cellulari. La stele, realizzata da un’azienda del trapanese con pietre e colori caldi come quelli della spiaggia di Lampedusa retrostante, è già stata svelata. Il Papa la benedice, segnando così un punto di svolta per l’isola con un molo intitolato al Pontefice argentino Jorge Mario Bergoglio che nel 2013 fece balzare alle cronache internazionali il nome di questo lembo di terra. E che oggi, anche da morto, continua ad essere qui presente. Nei cuori, nei murales, nelle sculture di marmo e nelle parole del successore che si proclama pellegrino a Lampedusa “sulle orme di Papa Francesco”.
