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ISTAT * CONSUMO ACQUA MINERALE: «L’UMBRIA MANTIENE IL PRIMATO CON IL 92,1%, LA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO REGISTRA IL VALORE MINIMO A 53,9%»

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12.33 - venerdì 20 marzo 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Le statistiche sull’acqua. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 e celebrata ogni 22 marzo, l’Istat pubblica un focus che raccoglie i risultati più recenti delle indagini e delle analisi condotte sul tema dall’Istituto. L’obiettivo è offrire all’utente una visione integrata delle statistiche sulle acque, con particolare attenzione al territorio, alla popolazione e alle attività economiche. In questa edizione, il quadro informativo si arricchisce con nuove informazioni provenienti dalla prima edizione dell’Indagine Multiscopo dell’Agricoltura (anno di riferimento 2024) condotta nell’ambito del Censimento permanente dell’agricoltura.

 

Sintesi dei principali risultati

¢ Nel 2024, in Italia sono stati prelevati 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile: il livello più basso degli ultimi 25 anni e il 3,0% in meno rispetto al 2022.

¢ L’Italia si conferma da oltre vent’anni il Paese Ue che preleva più acqua dolce per uso potabile, superando nettamente Francia e Germania. Il primato si accompagna a un forte ricorso alle acque sotterranee. Anche in valori pro capite l’Italia, con 150 metri cubi annui per abitante, è ai vertici europei e seconda solo all’Irlanda.

¢ Nel 2024, i residenti coinvolti da misure di razionamento dell’erogazione dell’acqua nei capoluoghi di provincia/città metropolitana sono oltre un milione (5,8% della popolazione), in aumento rispetto ai 760mila dell’anno precedente (4,3% nel 2023), e i Comuni coinvolti salgono da 14 a 17. Le criticità riguardano soprattutto il Mezzogiorno e, in particolare, la Sicilia.

¢ Nel 2025, 2,7 milioni di famiglie dichiarano di aver riscontrato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nell’abitazione: sono il 10,2% delle famiglie, una quota in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al 2024. Nel 2025, tre famiglie su 10 non si fidano a bere l’acqua del rubinetto, ma sono oltre la metà in Sicilia (57,6%) e Sardegna (52,1%).

¢ Nel 2023, quasi 19 milioni di metri cubi di acque minerali naturali sono state prelevate a fini di produzione (+0,2% rispetto al 2022), di cui oltre la metà al Nord (53,7%) e il 22,9% al Sud.

¢ Nel 2023 la produzione di beni e servizi per la gestione delle acque reflue e dell’acqua è pari a 15 miliardi a prezzi correnti (+0,5% rispetto al 2022) e genera un valore aggiunto di 6,2 miliardi (-1,3% rispetto al 2022), pari allo 0,3% del Pil italiano. Il 95% del valore della produzione riguarda beni e servizi per la depurazione delle acque reflue e il rimanente 5% le attività finalizzate a rendere efficiente il prelievo di acqua, ridurre le perdite nella distribuzione e preservare lo stock di risorse idriche.

¢ Nel 2023, la spesa per servizi di gestione delle acque reflue è pari a 13,5 miliardi a prezzi correnti (+1% rispetto al 2022), ed è sostenuta per il 71% dalle imprese, il 19% dalle famiglie e il 10% dalla PA e dal settore no profit.

¢ Nel 2023, il 71,4% della spesa per la gestione delle acque reflue è destinato all’utilizzo di servizi di depurazione da parte di imprese, famiglie e Pubblica Amministrazione; il 21,3% a investimenti (effettuati prevalentemente da operatori del servizio idrico integrato); il restante 7,3% è sostenuto dalla Pubblica Amministrazione per servizi forniti a beneficio dell’intera collettività (amministrazione, regolamentazione, formazione, informazione e comunicazione).

¢ Nell’annata agraria 2022/2023 dei 3.575mila ettari di superficie agricola irrigabile, il 66,2% si trova al Nord. La principale fonte di approvvigionamento idrico a livello nazionale è l’acquedotto, il consorzio d’irrigazione e bonifica o altro ente irriguo, che fornisce acqua al 61,3% delle superfici complessivamente irrigate. Al Centro e nel Sud prevalgono le forme di autoapprovvigionamento che coprono, rispettivamente, il 69,2% e il 49,8% delle superfici irrigate.

¢ Nel 2024, oltre il 90% delle aziende agricole italiane segnala difficoltà d’irrigazione; nel Mezzogiorno raggiunge il 97,5% al Sud e il 98,8% nelle Isole, con punte del 99,2% in Sicilia. Nel Centro-nord le percentuali risultano più contenute, attestandosi su valori meno elevati nel Nord-est (68,1%) e nel Centro (81,1%). A livello nazionale, il 58,9% delle aziende agricole che dichiarano problemi irrigui è di piccole dimensioni (fino a 10 ettari), con un picco al Sud (72,2%), mentre l’incidenza delle grandi aziende (oltre 50 ettari) è limitata al 5,9%.

 

Prelievi di acqua per uso potabile ancora in riduzione

Nel 2024, il volume di acqua prelevata per uso potabile in Italia si attesta a 8,87 miliardi di metri cubi, utilizzati per garantire gli usi idrici quotidiani della popolazione, ma anche di piccole imprese, alberghi, servizi, attività commerciali, produttive, agricole e industriali collegate alla rete urbana, oltre che per gli usi pubblici (scuole, uffici, ospedali, fontanili, ecc.).
Nel 2024 prosegue la graduale contrazione del volume di acqua prelevata per uso potabile, un trend avviato nel 2018. Rispetto alla precedente edizione censuaria della rilevazione, riferita al 2022, il volume risulta in diminuzione del 3,0% e raggiunge il livello più basso registrato negli ultimi 25 anni (Figura 1). La contrazione dei prelievi idrici risente delle criticità legate alla riduzione della disponibilità di alcune fonti, con particolare riguardo ai problemi infrastrutturali e ai razionamenti imposti in varie aree del Paese che hanno ridotto i volumi movimentati. La flessione è inoltre determinata da alcuni segnali incoraggianti su scala locale, riconducibili al miglioramento dell’efficienza delle reti, alla diminuzione delle perdite e a un monitoraggio più accurato. A completare il quadro intervengono inoltre le dinamiche demografiche, come il calo della popolazione e l’aumento dell’età media, che stanno rimodellando i consumi.

Il prelievo giornaliero è pari a circa 24,2 milioni di metri cubi (411 litri per abitante al giorno) ed è reso possibile da una rete di approvvigionamento che conta circa 37.400 fonti attive per gli usi idropotabili sul territorio nazionale, con una media di 12 punti di prelievo ogni 100 km² .

Nel distretto idrografico del Fiume Po il maggiore prelievo di acqua per uso potabile
Nel 2024, il maggiore prelievo di acqua per uso potabile avviene nel distretto idrografico del Fiume Po (Figura 2), con 2,73 miliardi di metri cubi (30,8% del totale nazionale). Segue il distretto idrografico dell’Appennino meridionale, con 2,18 miliardi di metri cubi (24,6% del volume nazionale). Il distretto idrografico della Sardegna registra, di contro, il volume più basso (0,3 miliardi di metri cubi, 3,4% del volume nazionale).

A livello regionale, il volume più elevato di acqua per uso potabile è prelevato in Lombardia (1,42 miliardi di metri cubi, 16,0% del totale nazionale). Quantitativi significativi sono captati anche nel Lazio (1,12 miliardi di metri cubi, 12,6%) e in Campania (0,83 miliardi, 9,4%).
I volumi prelevati pro capite presentano un divario molto ampio a livello regionale: dai circa 100 litri per abitante al giorno rilevati in Puglia agli oltre 1.700 litri del Molise.

Gli scambi idrici interregionali continuano a rivestire un ruolo particolarmente rilevante nel Mezzogiorno: una quota significativa dei prelievi effettuati in Basilicata e Molise – al netto delle dispersioni in adduzione e degli eventuali utilizzi locali all’ingrosso per usi industriali e agricoli – viene convogliata verso le regioni limitrofe, contribuendo a garantire l’approvvigionamento dei territori caratterizzati da insufficiente disponibilità idrica.

La contrazione nei prelievi riguarda tutti i distretti idrografici (tranne il distretto Alpi orientali, dove il volume rimane stabile) e la maggior parte delle regioni, con alcune eccezioni. In particolare in Molise, Puglia, Abruzzo e Campania si registra la maggiore riduzione percentuale dei prelievi rispetto al 2022, dovuta in gran parte al decremento delle risorse idriche rinnovabili, con punta massima pari a -21% sul territorio molisano .

Acque sotterranee: risorsa strategica e preziosa per l’approvvigionamento idropotabile delle città
Nel 2024, l’84,8% del prelievo deriva da acque sotterranee (sorgenti e pozzi) e il 15,1% da acque superficiali (corso d’acqua, lago naturale e bacino artificiale). A integrazione delle fonti di acqua dolce, per sopperire alle carenze idriche, una piccola parte del prelievo, pari a 9,2 milioni di metri cubi (lo 0,1% del totale), è derivata da acque marine ed è concentrata soprattutto in Sicilia, per approvvigionare le isole minori, e in minima parte in Toscana e Lazio.

Le fonti sotterranee sono la modalità di approvvigionamento prevalente in Italia, con quote superiori al 75% in tutti i distretti idrografici, ad eccezione della Sardegna, dove lo sfruttamento di sorgenti e pozzi incide sul 24% circa del prelievo. L’uso di fonti sotterranee è preponderante nei distretti Appennino centrale e Alpi orientali, nei quali rappresenta oltre il 95% del prelevato. Il ricorso ad acque superficiali è massimo, in valori assoluti, nel distretto Appennino meridionale (oltre 416 milioni di metri cubi, pari al 31% circa del rispettivo volume nazionale prelevato) per la presenza di grossi invasi destinati ad un uso plurimo (civile e irriguo).

 

Ancora elevati i prelievi di acqua per uso potabile rispetto ai Paesi Ue

L’Italia, si conferma – da oltre vent’anni – al primo posto nell’Unione europea per volume di acqua dolce prelevata a fini potabili da corpi idrici superficiali e sotterranei, in valore assoluto e con l’esclusione quindi del prelievo da acque marine (8,86 miliardi di metri cubi nel 2024). Seguono, a distanza significativa, Francia e Germania, entrambe attestate su circa 5,3 miliardi di metri cubi, pur essendo Paesi con una popolazione superiore a quella italiana. Tra i paesi mediterranei dell’Ue, il nostro è tra quelli che ricorrono maggiormente alle acque sotterranee per l’approvvigionamento potabile.

Il divario pro capite tra i Paesi Ue27 è ampio: con un prelievo idropotabile di 150 metri cubi annui per abitante l’Italia è seconda, dietro l’Irlanda (240) e seguita a distanza da Grecia (129), Bulgaria (125) e Croazia (122), mentre la maggior parte dei Paesi (20 su 27) preleva tra 45 e 90 metri cubi annui per abitante. Nella parte bassa della graduatoria si concentra la maggioranza dei Paesi dell’Europa orientale e chiude la classifica Malta, con 24 metri cubi annui per abitante (Figura 3).

 

Acqua razionata per oltre un milione di residenti nei capoluoghi, soprattutto in Sicilia

Nel 2024, le misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua potabile hanno interessato complessivamente oltre un milione di residenti nei capoluoghi di provincia/città metropolitana, pari al 5,8% della popolazione complessiva dei capoluoghi, quasi interamente concentrati nel Mezzogiorno e, in particolare, in Sicilia (726.230 residenti, quasi la metà della popolazione residente nella regione). Nel Centro le misure sono state applicate nel capoluogo di Fermo (4.110 residenti, l’11,5% della popolazione residente nel comune). Rispetto all’anno antecedente, si osserva un peggioramento sia della quota di popolazione coinvolta (+1,5 punti percentuali, quando i razionamenti interessavano 760 mila residenti), sia nel numero di capoluoghi interessati dalle restrizioni, passati da 14 a 17 e configurando il secondo valore più elevato tra i capoluoghi a partire dal 2010.

I fattori che incidono sulla scarsa o insufficiente disponibilità della risorsa idrica in questi territori sono molteplici. Tra i principali si segnalano la marcata obsolescenza delle infrastrutture acquedottistiche e il protrarsi, anche nell’anno di osservazione, di significativi deficit di precipitazioni, in particolare nel Sud e nelle Isole (-18% rispetto alla normale climatologica 1991-2020). In Sicilia la gravità della situazione ha condotto la Regione a dichiarare lo stato di emergenza nel 2024. Il quadro è stato ulteriormente aggravato dalle temperature record registrate a livello nazionale, con valori minimi e medi ai massimi livelli misurati, risultando il 2024 l’anno più caldo mai rilevato a scala nazionale . La combinazione di tali fattori ha determinato, in molti casi, una riduzione della disponibilità idrica negli invasi, anche nei territori già interessati da misure di razionamento, come in Sicilia dove il livello complessivo è diminuito del 30%.

Nel 2024, sono state adottate misure di razionamento in tutti capoluoghi della Sicilia, tranne Siracusa, in tutti quelli della Calabria, ad eccezione di Crotone, nonché a Fermo, Pescara, Chieti, Campobasso e Potenza. Tra i Comuni coinvolti figurano anche i capoluoghi di città metropolitana di Reggio di Calabria, Messina, Palermo e Catania. Quasi raddoppiato il numero complessivo dei giorni oggetto di misure emergenziali.

In quattro capoluoghi le restrizioni nella distribuzione dell’acqua potabile hanno interessato tutto il territorio comunale. La situazione più critica è ad Agrigento, dove l’erogazione dell’acqua ai residenti è stata sospesa o ridotta in tutti i giorni dell’anno, con turnazioni settimanali, differenziate in base alla zona e serbatoio di distribuzione. Anche a Vibo Valentia la sospensione nella distribuzione dell’acqua avviene tutto l’anno durante le ore notturne, al fine di consentire il ripristino dei livelli nei serbatoi di accumulo e garantire la disponibilità idrica nei periodi di maggiore consumo.

A Enna l’impatto è stato altrettanto grave, anche se con razionamenti in tre quarti dell’anno. A Trapani, invece, l’erogazione è stata ridotta per poco meno della metà dell’anno, sempre per il ripristino dei livelli di accumulo. Nei tre capoluoghi siciliani sopra citati, la combinazione di siccità prolungata e scarsità delle risorse idriche ha reso necessario il ricorso al servizio sostitutivo di autobotti comunali per garantire il rifornimento di acqua potabile ai cittadini, mentre in tutti gli altri capoluoghi italiani che hanno affrontato il razionamento idrico il disservizio ha interessato solo una parte del territorio comunale.

Nel dettaglio, le situazioni di massima criticità hanno coinvolto tutta la popolazione ad Agrigento, dove la distribuzione dell’acqua è stata sospesa per 209 giorni e ridotta per 157; a Vibo Valentia con sospensioni per tutto l’anno nelle ore notturne, mentre a Enna per 275 giorni. A Trapani l’erogazione è stata sospesa per 165 giorni e ridotta per 28.

Criticità severe, che pur interessando una parte del territorio hanno coinvolto una quota significativa di popolazione, si sono manifestate a Chieti, Cosenza e Caltanissetta, dove oltre l’80% della popolazione residente è stata interessata da sospensioni e/o riduzioni dell’erogazione idrica. A Cosenza le sospensioni sono state programmate con cadenza giornaliera dal tardo pomeriggio alle prime ore del mattino, per consentire il riempimento dei serbatoi di distribuzione; a Caltanissetta nel periodo tra aprile e dicembre l’erogazione è avvenuta con turnazione settimanale (una fornitura ogni sette giorni), supportata da servizi sostitutivi mediante autobotti e dall’installazione di serbatoi fissi di accumulo dislocati in diverse aree della città; a Chieti il servizio è stato sospeso per 113 giorni e ridotto per 105 giorni, con conseguente applicazione di misure di gestione emergenziale per garantire i livelli minimi essenziali di approvvigionamento, tra cui il ricorso a un servizio sostitutivo con autobotti destinato alle utenze più penalizzate.
Situazioni mediamente critiche sono state rilevate a Potenza (il 78,2% della popolazione, per un totale di circa 50mila residenti interessati), Messina (71,1%, 154.614 residenti), Campobasso (65,3%, 31mila residenti), Ragusa (61%, 45mila residenti) e Palermo (il 44,5%, 280mila residenti).

Minori disagi hanno coinvolto Pescara, Catania e Reggio di Calabria, dove la riduzione dell’erogazione ha interessato rispettivamente il 26,2%, 19,9% e 14,8% della popolazione, mentre disservizi marginali si sono occasionalmente verificati a Catanzaro (11,9%), a Fermo (11,5%) e Trapani (5,4%), in quest’ultimo capoluogo con riduzioni estese all’intero territorio (Figura 4).

 

Nel Mezzogiorno le maggiori lamentele per irregolarità nell’erogazione dell’acqua

Le opinioni delle famiglie in merito al servizio idrico e alla presenza di irregolarità nell’erogazione dell’acqua, rilevate attraverso l’Indagine “Aspetti della vita quotidiana”, arricchiscono il quadro emerso dalle osservazioni dirette della Rilevazione “Dati ambientali nelle città”. La scarsità d’acqua e la difficoltà di accedervi rappresentano una criticità soprattutto per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Nel 2025, il 10,2% delle famiglie dichiara di aver riscontrato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nell’abitazione, una quota in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al 2024. Il disservizio interessa 2 milioni 700mila famiglie, in modo disomogeneo sul territorio. Di queste, oltre due terzi sono residenti nel Mezzogiorno (1,8 milioni di famiglie); la Calabria si conferma la regione più esposta ai problemi di erogazione dell’acqua nelle abitazioni (lamenta questo problema il 37,3% delle famiglie, con un aumento di 7,4 punti percentuali rispetto al 2024), seguita da Abruzzo e Sicilia (rispettivamente con il 30,3% e il 29,5% delle famiglie). Decisamente meno critica la situazione nel Nord (Figura 5), dove denunciano un servizio di erogazione irregolare solo il 3% circa delle famiglie, mentre nel Centro lamenta il problema l’8,4% delle famiglie (in aumento di 2,3 punti percentuali).
A livello nazionale, il 38% delle famiglie che lamentano questa criticità segnala un disservizio continuativo nel corso dell’anno, il 31,7% lo rileva solo nei mesi estivi e il 28,8% lo descrive come un evento sporadico.

Quattro famiglie su 10 considerano elevati i costi per l’erogazione dell’acqua
Nel 2025 la quota di famiglie che considera adeguati i costi sostenuti per l’erogazione dell’acqua risulta invariata rispetto all’anno precedente (52,8%), così come quella che li giudica elevati (39,6%). L’insoddisfazione per l’entità della spesa è più elevata nelle Isole (54,4%), nel Centro (46,6%) e nel Sud (44,0%); più contenuta nel Nord-ovest (31,6%) e nel Nord-est (31,7%).
Nel 2025, il 74,4% delle famiglie valuta molto o abbastanza soddisfacente la qualità dell’acqua in termini di “odore, sapore e limpidezza” (era il 76,2% nel 2024 e l’86,4% nel 2023). Le famiglie insoddisfatte sono il 25,7%, ma la quota è sensibilmente più alta in Sicilia (44,2%), Sardegna (39,7%) e Calabria (38,6%).

Maggiore insoddisfazione per il servizio idrico nelle Isole
Nel 2025, l’84,6% delle famiglie allacciate alla rete idrica comunale si ritiene molto o abbastanza soddisfatto del servizio idrico (erano l’86,4% nel 2024), ma con marcate differenze territoriali: sono molto o abbastanza soddisfatte oltre nove famiglie su 10 residenti al Nord, l’83,4% di quelle del Centro e il 78,3% del Sud, mentre nelle Isole la percentuale si riduce al 68% (Figura 6).

A livello regionale la quota minore di famiglie che si dichiarano molto o abbastanza soddisfatte del servizio idrico si rileva in Calabria (64,1%), Sicilia (66,0%), Abruzzo (70,7%) e Sardegna (73,2%).

Le famiglie che dichiarano di essere molto o abbastanza soddisfatte della comprensibilità delle bollette sono il 64,6%. La quota di soddisfatti è più elevata nelle periferie delle città metropolitane e nei Comuni sotto i 10mila abitanti (circa il 68%). Il livello di insoddisfazione (poco o per niente soddisfatti) raggiunge i valori più alti in Sicilia (47%), Calabria (44,9%), Abruzzo e Lazio (44,6%).
La frequenza di lettura dei contatori è molto o abbastanza soddisfacente per il 76,5% delle famiglie. Tra le famiglie poco o per niente soddisfatte si riscontra un forte divario territoriale, con elevate percentuali di bassa soddisfazione soprattutto tra le famiglie residenti nelle Isole (37,3%).
Rispetto alla frequenza della fatturazione, si mantiene alta la percentuale di famiglie molto o abbastanza soddisfatte, pari all’80,3% del totale. In Sicilia la percentuale di famiglie poco o per niente soddisfatte raggiunge il 39,9%, in Calabria il 37,5%, in Abruzzo e Campania il 29,8%.

 

Ancora poca fiducia nell’acqua del rubinetto

Nel 2025, le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto sono tre su 10 (29,9%). Il dato è in lieve crescita rispetto al 2024 (+1,2 punti percentuali) pur nel contesto di una progressiva riduzione delle preoccupazioni rispetto a 20 anni fa (40,1% nel 2002). Permangono però notevoli differenze sul piano territoriale, con valori che vanno dal 19,6% nel Nord-est al 56,2% nelle Isole. A livello regionale, le percentuali più alte si riscontrano in Sicilia (57,6%), in Sardegna (52,1%) e in Calabria (44,6%). Le famiglie che risiedono in Comuni centro dell’area metropolitana o in Comuni sotto i 2mila abitanti manifestano meno sfiducia nel bere acqua del rubinetto (rispettivamente 24,4% e 21,2%).

 

L’Umbria sempre in testa per il consumo di acqua minerale

Nel 2025, l’83,3% della popolazione residente in Italia di 11 anni e più consuma almeno mezzo litro di acqua minerale al giorno. Il consumo è sostanzialmente invariato negli ultimi anni ed è maggiore nel Nord-ovest e nelle Isole (86,5% in entrambe le ripartizioni) e minore nelle aree del Nord-est (82,9%), del Centro (82,8%) e del Sud (78,6%). A livello regionale, l’Umbria mantiene il primato nel consumo di acqua minerale (92,1%), mentre la provincia autonoma di Bolzano/Bozen registra il valore minimo (53,9%) (Figura 7).

 

Prelievi nazionali di acque minerali naturali stabili rispetto al 2022

Nel 2023, sono stati prelevati quasi 19 milioni di metri cubi di acque minerali naturali a fini di produzione, un volume sostanzialmente equivalente rispetto all’anno precedente (+0,2%). La crescita dei prelievi complessivi, registrata dal 2015 al 2020 (ad un tasso medio annuo del +4% circa), si è interrotta nel 2021, quando si osserva una diminuzione pari al 3,4% rispetto al 2020. Una modesta tendenza verso la decrescita ha interessato anche i successivi anni.

I prelievi di acque minerali naturali si concentrano per oltre la metà al Nord (53,7%) con circa 10,2 milioni di metri cubi (di cui 7,5 nel Nord-ovest). Seguono il Sud (22,9%) e il Centro (16,3%), rispettivamente con 4,3 e 3 milioni di metri cubi. Fra le Regioni, si confermano in testa la Lombardia, con 3,8 milioni di metri cubi prelevati, e il Piemonte (3,3) che complessivamente contabilizzano il 37,5% delle quantità estratte nel Paese. Molto rilevanti sono anche i prelievi in Veneto (con quasi 2 milioni di metri cubi), Campania (1,9) e Umbria (1,2) (Figura 8).

Rispetto al 2022 le attività di prelievo sono in aumento al Sud (+7,7%) con circa 311mila metri cubi in più e al
Nord-ovest (+2,1%, equivalente a +154 mila metri cubi), mentre flessioni si registrano al Nord-est (-7,3%) e al Centro (-6,8%). Sono 11 le Regioni che segnano una crescita dei volumi prelevati, con l’Abruzzo in testa con circa 196mila metri cubi in più (+21,7%), seguito da Piemonte (circa +157mila metri cubi, +5%) e Basilicata (+143mila metri cubi, +29,3%). Le altre 10 Regioni contribuiscono, invece, a minori prelievi, in particolare Toscana (-25,7%) e Veneto
(-8,0%) dove sono stati estratti rispettivamente 238 e 171mila metri cubi in meno sul 2022; a seguire la Campania con -112mila metri cubi (-5,5%).

Nel 2023, l’indicatore di pressione ambientale “Intensità di estrazione” (IE) – dato dal rapporto fra volumi prelevati e superficie territoriale di riferimento – è pari a circa 63 metri cubi estratti per chilometro quadrato a livello nazionale (valore in linea con quello del 2022) e risulta superiore al valore medio del quinquennio 2016-2020 (59 metri cubi per chilometro quadrato). Il valore del Nord-ovest (129 metri cubi/km2) è quasi il doppio del valore nazionale, a causa dell’elevata intensità di estrazione soprattutto in Lombardia (160) e Piemonte (130).

I prelievi di acque minerali naturali si concentrano nel distretto idrografico del Fiume Po, con circa 7,7 milioni di metri cubi, e nel distretto dell’Appennino meridionale, con poco più di 4 milioni di metri cubi (rispettivamente il 40,8% e il 21,2% del totale nazionale). Nei distretti idrografici delle Alpi orientali e dell’Appennino centrale sono estratti complessivamente circa 5 milioni di metri cubi (il 12,5% e il 14,3% dei prelievi nazionali).

A seguire, i distretti idrografici della Sicilia e dell’Appenino settentrionale, che insieme assicurano poco più di 1,7 milioni di metri cubi, e la Sardegna (415mila metri cubi) rappresentano circa l’11% dei prelievi nel Paese.
L’indicatore IE ha un valore più alto nel distretto idrografico del Fiume Po (94 metri cubi/km2), seguito dal distretto delle Alpi orientali (68) e dall’Appennino centrale (65).

 

In calo il valore aggiunto della gestione delle acque reflue e dell’acqua

Nel 2023 la produzione ai prezzi base di beni e servizi finalizzati alla gestione delle acque reflue e alla gestione dell’acqua si è attestata su 15 miliardi di euro (a prezzi correnti) e ha generato un valore aggiunto di 6,2 miliardi di euro, pari allo 0,3% del Pil italiano . Rispetto all’anno precedente la variazione è positiva per la produzione (+0,5%) e negativa per il valore aggiunto (-1,3%), con un contributo decrescente del settore della Pubblica Amministrazione in entrambi gli aggregati.

Il comparto della gestione e depurazione dell’acqua rappresenta il 7% in termini di produzione e il 7,8% in termini di valore aggiunto del valore complessivo dei beni e servizi prodotti per finalità di protezione dell’ambiente e di gestione delle risorse naturali in Italia .
Dei 15 miliardi di euro di produzione complessiva, il 95% è assorbito dalla produzione di beni e servizi destinati al trattamento delle acque reflue che ha raggiunto il valore di 14,2 miliardi di euro e ha generato un valore aggiunto pari a 5,9 miliardi di euro.
La quota più consistente di questi importi è costituita dalla fornitura di servizi di fognatura e depurazione che, incluse le manutenzioni e installazioni di macchinari e attrezzature, si attesta a 10,6 miliardi di euro di produzione (Figura 9). Un’altra quota rilevante è destinata alla produzione di apparecchi e strumenti utili allo svolgimento delle attività di depurazione delle acque reflue (quali macchinari e apparati per l’analisi e il filtraggio degli inquinanti, veicoli, carboni attivi) per un valore di 1,6 miliardi di euro (di cui il 67,5% destinati all’export).

Segue la realizzazione di reti di fognatura e di impianti di trattamento delle acque reflue con una produzione pari a 970 milioni di euro. Infine la produzione di servizi di consulenza, di ingegneria e di architettura nonché di servizi di amministrazione e controllo svolti dalla Pubblica Amministrazione relativi alle attività di depurazione dell’acqua si
attesta in entrambi i casi al di sopra dei 500 milioni nel 2023, raggiungendo 554 milioni di euro i primi e 519 milioni di euro i secondi.

Il restante 5% della produzione complessiva del comparto (pari a 746 milioni di euro) è destinato alla gestione delle risorse idriche, che include le attività che hanno lo scopo di rendere efficiente l’approvvigionamento, ridurre le perdite nella distribuzione, sostituire l’uso della risorsa idrica con altre risorse alternative, riusare e risparmiare l’acqua. Il 93,3% di questa produzione è destinato alla manutenzione e riparazione delle reti di distribuzione.

 

In aumento la spesa di società e famiglie per la gestione dei reflui

Nel 2023 la spesa complessiva per servizi di gestione delle acque reflue è di 13,5 miliardi di euro (a prezzi correnti), con un incremento rispetto al 2022 pari all’1%, inferiore a quello registrato dalla spesa per la protezione dell’ambiente nel suo complesso (+2,8%).
La gestione dei reflui rappresenta oltre un quarto delle risorse complessive (pari a 52,9 miliardi) destinate da famiglie, imprese e Amministrazioni Pubbliche alla prevenzione, riduzione ed eliminazione dell’inquinamento e di ogni altra forma di degrado ambientale.

Oltre alla gestione dei reflui, la spesa per la protezione dell’ambiente comprende le risorse destinate alla gestione dei rifiuti, all’abbattimento del rumore e delle vibrazioni, alla tutela dell’aria e del clima, del suolo e delle acque del sottosuolo, della biodiversità e del paesaggio, alla Ricerca e Sviluppo connessa a queste attività.
Con una spesa pari a 9,6 miliardi nel 2023 (+4,3% rispetto al 2022), le imprese hanno sostenuto il 71% della spesa per servizi di gestione delle acque reflue a livello nazionale, una quota in aumento dal 68,7% dell’anno precedente. Gli esborsi delle imprese consistono in acquisti di servizi di depurazione da terzi (6,9 miliardi, +3,1%) (a titolo di consumi intermedi) e spese di investimento (pari a 2,6 miliardi, +7,6%) comprendenti 2,3 miliardi di investimenti complessivi dei produttori di servizi di depurazione per la realizzazione delle proprie attività, nonché oltre 300 milioni di investimenti di imprese industriali per apparecchi e macchinari che riducono l’inquinamento delle acque reflue generato dal proprio processo produttivo. La parte restante delle spese delle imprese (circa l’1% del totale, pari a più di 100 milioni) è sostenuta per l’acquisto di beni e servizi e per il pagamento di salari e stipendi per realizzare in proprio la depurazione dei reflui generati dal processo produttivo (Figura 10).

In aumento del 2,3% l’esborso delle famiglie (2,6 miliardi nel 2023) per l’uso dei servizi di depurazione.
Oltre il 75% della spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AAPP, comprensive del settore no profit) per la gestione dei reflui (1,3 miliardi, in calo dal valore di 1,6 miliardi del 2022) è rappresentata dai consumi finali collettivi, cioè i servizi di amministrazione, regolamentazione, formazione, informazione e comunicazione connessi alla gestione delle acque reflue forniti a beneficio della intera collettività. La quota restante è costituita perlopiù da spese per investimenti di operatori economici pubblici (oltre 250 milioni, pari al 20% della spesa delle AAPP in questo comparto ambientale), nonché da costi per l’acquisto di servizi di depurazione (circa 50 milioni a titolo di consumi intermedi, pari al 4% della spesa delle AAPP per la gestione dei reflui).

 

Maggiore presenza di impianti per l’irrigazione nelle aziende agricole del Nord

Nell’annata agraria 2022/2023 oltre 397mila aziende agricole sono dotate di impianti per l’irrigazione, cioè con superficie irrigabile . Le regioni del Nord, in particolare quelle del Nord-est, risultano nettamente più strutturate delle altre, con incidenze di aziende dotate di impianti irrigui sul complesso delle aziende doppie rispetto alle altre ripartizioni. La Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e la Provincia autonoma di Trento primeggiano, con valori superiori all’80%. Al contrario, le regioni meno attrezzate sono il Molise e le Marche, dove solo il 10% circa delle aziende dispone di impianti per l’irrigazione (Figura 11).

Tra le aziende dotate di impianti irrigui il 71,5% (284mila aziende) ha effettivamente fruito di tali attrezzature nel corso dell’annata agraria per garantire l’irrigazione dei campi, sfiorando l’86% nel Nord-est.
Con riferimento alle superfici irrigate, nel 2023 sono stati irrigati circa 2.193mila ettari, pari al 18% della superficie agricola utilizzata (SAU), a fronte dei 3.575mila ettari potenzialmente irrigabili (Figura 12).

Le regioni con le quote maggiori di superficie irrigabile e irrigata rispetto al totale della SAU sono quelle del
Nord-ovest, in particolare Lombardia (72,6% e 56,0%) e Veneto (65,9% e 37,9%). Il forte differenziale osservato in Emilia-Romagna tra le incidenze di superficie irrigabile e irrigata è presumibilmente influenzato dagli eventi metereologici estremi che hanno colpito questa regione nel 2023.

 

Autoapprovvigionamento idrico per più di un terzo delle superfici irrigate
La principale fonte di approvvigionamento idrico a livello nazionale si conferma l’acquedotto, consorzio di irrigazione e bonifica o

altro ente irriguo, utilizzata per irrigare oltre la metà delle superfici irrigate (61,3%). Le acque sotterranee all’interno o nelle vicinanze dell’azienda sono invece impiegate per irrigare il 26,4% delle superfici e le acque superficiali all’interno dell’azienda (bacini naturali e artificiali) o all’esterno dell’azienda (laghi, fiumi o corsi d’acqua) per il 10,0% delle superfici. Molto limitato è l’uso di acque reflue trattate (0,4%) e quello di un’altra fonte (2,0%).

L’utilizzo delle fonti di approvvigionamento varia sensibilmente a livello territoriale: al Centro e nel Sud prevalgono le forme di autoapprovvigionamento che, nel loro complesso (acque sotterranee e superficiali) coprono, rispettivamente, il 69,2% e il 49,8% delle superfici irrigate (Figura 13). Da segnalare l’elevata quota di autoapprovvigionamento in Toscana, dove l’83,3% delle superfici è irrigato con questa modalità.

Nell’annata agraria 2022/2023, il servizio di consulenza irrigua è stato richiesto solo dall’8,3% delle aziende che hanno irrigato, con un’elevata variabilità a livello regionale: i valori più alti riguardano le province autonome di Bolzano/Bozen e Trento (rispettivamente 45,4% e 30,7%) e l’Emilia-Romagna (20,0%); i valori più bassi si rilevano in Abruzzo e Molise, con incidenze che non raggiungono il 2,0% (rispettivamente 1,8% e 1,9%).

 

La scarsità idrica a livello territoriale e per dimensione delle aziende agricole

Gli effetti del cambiamento climatico e la crescente pressione sugli ecosistemi sono certamente tra le principali cause che incidono sulla disponibilità delle risorse idriche e, di conseguenza, sulla vulnerabilità del settore agricolo, in relazione alle diverse caratteristiche morfologiche e climatiche del Paese.
Nel 2024, difficoltà connesse all’irrigazione sono state segnalate da oltre il 91% degli agricoltori, quota che sale al 98,8% nelle Isole e al 97,5% nel Sud. Pur restando molto significative, le percentuali scendono all’89,3% tra gli operatori del Nord-ovest, all’81,1% nel Centro e al 68,1% nel Nord-est (Figura 14).

Rispetto al totale nazionale, oltre il 70% delle aziende con problemi irrigui opera nel Mezzogiorno; tra queste, il 41,7% nel Sud, in particolare in Puglia (18,9%), e il 28,5% nelle Isole, con gli agricoltori della Sicilia che incidono per il 22%. In questa Regione si concentra il 44% della SAU del Mezzogiorno e il 20% della SAU nazionale. Le aziende che segnalano questo tipo di problema si riducono notevolmente nelle altre ripartizioni geografiche, con valori pari all’8% nel Centro e a circa l’11% nel Nord-ovest e nel Nord-est.

I territori in cui gli agricoltori manifestano una maggiore esposizione alla fragilità irrigua sono quelli del Mezzogiorno. In particolare, in Puglia si concentra oltre il 45% delle aziende del Sud con questo tipo di criticità, a fronte di un peso agricolo regionale pari a poco meno del 38%, evidenziando uno squilibrio tra approvvigionamento idrico e rilevanza del comparto agricolo regionale. Sempre rispetto al Sud, uno sbilanciamento, seppur su livelli più contenuti, si registra anche in Abruzzo, con il 16,6% delle aziende in sofferenza e il 12,2% di SAU. Mentre, il rapporto tra peso agricolo e criticità irrigua si inverte in Campania, Basilicata, Calabria e Molise, dove il peso agricolo risulta superiore alla quota di aziende che segnalano problemi d’irrigazione.
Il confronto tra le Isole è significativo: le aziende in situazione di vulnerabilità irrigua sono in Sicilia, rispetto a questa macroarea, per oltre il 77% dei casi e con un peso agricolo del 52,1%. La Sardegna, pur disponendo di una superficie agricola simile, presenta percentuali sensibilmente più basse di aziende con difficoltà d’irrigazione

Nel Mezzogiorno si rileva una forte concentrazione della fragilità idrica, dove in alcune regioni – in particolare Puglia e Sicilia – la criticità irrigua supera il peso agricolo, evidenziando uno squilibrio strutturale tra disponibilità idrica e rilevanza del comparto agricolo, molto meno evidente nelle aree del Centro-nord.
La dimensione aziendale condiziona in misura rilevante la capacità di risposta alle criticità irrigue. A livello nazionale, il 58,9% delle aziende che segnalano problemi d’irrigazione è di piccola dimensione (con SAU fino a 10 ettari); una quota che sale al 72,2% al Sud (Figura 15). Decisamente più contenuta è l’incidenza di aziende di media dimensione (SAU tra 10,01 e 50 ettari): il dato si colloca poco al di sotto del 25% e oscilla tra il 19,9% del Nord-est e il 30,5% delle Isole. Ancora più limitata è l’incidenza delle grandi aziende (SAU superiore a 50 ettari), pari al 5,9% a livello nazionale, con valori compresi tra il 3,4% del Sud e il 10,1% del Nord-ovest.

Nel complesso emerge un quadro nel quale le imprese di minori dimensioni appaiono decisamente più vulnerabili, e tra queste, la fragilità risulta particolarmente accentuata nel Mezzogiorno.
Riguardo alle strategie adottate per contrastare tali difficoltà, tra le aziende che innovano, il 48% delle piccole destina le proprie risorse all’efficientamento della gestione idrica, con percentuali che variano dal 45,1% delle Isole al 51,6% del Sud. Più contenuta è invece la quota di imprese di media e grande dimensione che investono in questo ambito, pari rispettivamente al 37,5% e al 14,5%. Per le piccole aziende, soprattutto nel Mezzogiorno, l’investimento per la sostenibilità idrica potrebbe rappresentare una scelta obbligata, dettata dall’esigenza di rispondere a difficoltà contingenti. Le aziende di media dimensione e, ancor più, quelle grandi mostrano invece livelli più bassi sia di criticità sia di investimento, elemento che potrebbe riflettere una maggiore solidità strutturale o una minore dipendenza diretta dall’irrigazione.

Nel complesso l’esposizione a criticità irrigue è positivamente correlata alla propensione a investire nella gestione dell’acqua. Sulla base delle strategie di investimento rilevate nell’ambito dell’Indagine Multiscopo dell’Agricoltura, risulta che tale relazione, soprattutto per le aziende del Mezzogiorno, è prevalentemente reattiva, legata alla necessità di affrontare problemi già manifesti, più che a una strategia preventiva. Su questo aspetto, dalla lettura dei dati sembrano emergere due diversi orientamenti degli agricoltori italiani.

Per le aziende del Centro e del Nord, gli investimenti seguono in misura maggiore una strategia attiva, volta ad accrescere l’efficienza produttiva e la competitività, attraverso l’ampliamento della multifunzionalità (74,4%), il potenziamento del marketing (79,2%) e il contenimento delle emissioni di gas serra (74,4%).
Nel Mezzogiorno prevalgono invece investimenti di natura reattiva, diretti ad aumentare le rese produttive (77,8%), a migliorare la gestione delle risorse idriche (53%) e a contenere i processi di erosione del suolo (56,8%). Gli agricoltori del Mezzogiorno appaiono pertanto maggiormente orientati a fronteggiare vincoli di natura ambientale e strutturale, mentre quelli del Centro e del Nord sembrano più proiettati verso strategie di adattamento al mercato e di rafforzamento competitivo.

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