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ISTAT * CONDIZIONI DI VITA 2024-2025: «LA QUOTA DI INDIVIDUI A RISCHIO POVERTÀ IN TRENTINO CRESCE DAL 6,9% ALL’8,8% / L’ALTO ADIGE CALA DA 5,9% A 4,6%» (PDF REPORT)

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10.19 - venerdì 3 aprile 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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CONDIZIONI DI VITA E REDDITO DELLE FAMIGLIE | ANNI 2024-2025

 

Segnali di miglioramento delle condizioni di vita

Nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale – chi si trova cioè in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro – scende al 22,6% (nel 2024 era il 23,1%).
Rispetto all’anno precedente, la quota di individui a rischio di povertà rimane stabile (18,6% rispetto a 18,9%), diminuisce quella di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (8,2% e 9,2%) e aumenta leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2% e 4,6%).

Nel 2024, il reddito medio annuo delle famiglie (39.501 euro) cresce, rispetto al 2023, sia in termini nominali (+5,3%) sia in termini reali (+4,1%), crescita che si associa alla riduzione della disuguaglianza nella distribuzione: l’ammontare di reddito percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più elevati è 5,1 volte quello percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più bassi (5,5 del 2023).

 

 

 

CONDIZIONI DI VITA

 

In riduzione la bassa intensità di lavoro

Nel 2025 i dati sulle condizioni di vita in Italia mostrano segnali di miglioramento rispetto all’anno precedente. La quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (indicatore composito Europa 2030) nel 2025 scende al 22,6% (era 23,1% nel 2024), per un totale di circa 13 milioni e 265mila persone. Si tratta di individui che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro (cfr. Glossario).

Nel dettaglio, sono considerati a rischio di povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente quello d’indagine (senza componenti figurative o in natura) è inferiore al 60% del reddito mediano. Nel 2024 risulta a rischio di povertà – vive cioè in una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a 13.237 euro – il 18,6% delle persone residenti in Italia, circa 10 milioni 908mila individui, evidenziando una sostanziale stabilità rispetto al 2023, quando era pari al 18,9%.

In leggero aumento (5,2% dal 4,6% del 2024) la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, cioè di coloro che presentano almeno sette segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; si tratta di segnali relativi alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare, ad esempio, spese impreviste, il pagamento dell’affitto, un pasto adeguato, piuttosto che una settimana di ferie all’anno o regolari attività di svago fuori casa

(cfr. Glossario per la lista degli indicatori di deprivazione). Nel 2025, si trovano in tale condizione più di 3 milioni di individui.
Si riduce invece a 8,2% (dal 9,2% del 2024), la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro, cioè famiglie i cui componenti tra i 18 e i 64 anni nel corso dell’anno precedente hanno mediamente lavorato meno di un quinto del tempo in cui avrebbero potuto farlo. In termini assoluti, questa condizione coinvolge circa 3 milioni e 873mila persone. La diminuzione della bassa intensità lavorativa si lega alla crescita dell’occupazione osservata nel corso dell’anno ed è particolarmente marcata nel Nord-est (2,8% dal 4,3%) e nel Centro (5,5% dal 7,8%), tra le persone sole con meno di 65 anni (13% dal 15,9%), le coppie con figli (4,8% dal 5,6%) e i monogenitori che, pur presentando livelli più che doppi rispetto alla media nazionale, scendono al 18,2% dal 19,5% del 2024.
Il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,3%, era 11,2% nel 2024), mentre il Mezzogiorno quella con la più alta (38,4%, era 39,2% nel 2024).

Anche nel 2025, l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale è più bassa per chi vive in coppia senza figli, in particolare per le coppie giovani con persona di riferimento con meno di 65 anni (16%), e più alta per i monogenitori (31,6%), le coppie con tre o più figli (30,6%) e le persone sole (28,6% se di età inferiore ai 65 anni, 29,6% se ultrasessantaquattrenni).
Per le coppie con un figlio, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto (17,4%) e al di sotto della media nazionale (22,6%), mentre per le coppie con due figli sale al 20,6%.

Per tutte le tipologie familiari si osserva una diminuzione del rischio di povertà o esclusione sociale tra il 2024 e il 2025, particolarmente accentuato per le coppie con tre o più figli che, avendo beneficiato di misure di sostegno più robuste rispetto alle altre tipologie familiari, mostrano una decisa riduzione (30,6% rispetto al 34,8% del 2024). Permangono, tuttavia, per questa tipologia familiare le difficoltà di conciliazione del lavoro e degli impegni di cura: la bassa intensità di lavoro mostra un aumento. Fanno eccezione le persone sole, per le quali il rischio di povertà o esclusione sociale si mantiene sostanzialmente stabile, e le coppie con due figli che mostrano un aumento.

Il rischio di povertà o esclusione sociale – più alto tra coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici (32,6% dal 33,1% nel 2024) e più contenuto per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (14,3% dal 14,8%) – tra il 2024 e il 2025 aumenta in maniera evidente per le famiglie la cui fonte principale di reddito è da lavoro autonomo (23,9%, da 22,7% nel 2024).
Infine, il rischio di povertà o esclusione sociale aumenta per gli individui in famiglie con almeno un cittadino straniero (41,5% rispetto al 37,5% del 2024) e si contrappone alla riduzione tra gli individui in famiglie composte da soli italiani (20,1%, dal 21,2% dell’anno precedente).

 

REDDITI DELLE FAMIGLIE

 

Il potere d’acquisto dei redditi familiari torna a crescere

Nel 2024, si stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 39.501 euro, circa 3.290 euro al mese. La crescita dei redditi familiari in termini nominali (+5,3% rispetto al 2023) è stata decisamente più sostenuta dell’inflazione osservata nel corso del 2023 (+1,1% la variazione media annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), determinando un aumento dei redditi delle famiglie in termini reali (+4,1%), dopo due anni consecutivi di contrazione.

La crescita dei redditi in termini reali è stata particolarmente intensa nel Nord-est (+5,2%), ma anche nel Centro e Mezzogiorno (+4,5% entrambi), mentre è stata più debole nel Nord-ovest (+2,7%). Nonostante il recupero dell’ultimo anno, i redditi familiari in termini reali sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al 2007, ossia al periodo precedente la crisi finanziaria globale. La contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno ( -6,9%) e solo relativamente più contenuta nel Nord-est (-2,5%) e nel Nord-ovest (-1,8%). Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-13,4%) o dipendente (-6,3%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 6,6%.

Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio: il valore mediano, ovvero il livello di reddito al di sotto del quale si colloca il 50% delle famiglie residenti, è pari a 31.704 euro (2.642 euro al mese), valore in crescita del 5,5% in termini nominali rispetto al 2023. Le famiglie del Nord-est mostrano il reddito mediano più elevato (37.086 euro), seguite da quelle del Nord-ovest (il livello mediano è inferiore del 6% a quello del Nord-est), del Centro (-11%) e del Mezzogiorno (-29%).

Il reddito mediano varia in misura significativa anche in base alla tipologia familiare: le coppie con figli raggiungono i valori più alti con 49.894 euro (circa 4.160 euro al mese), trattandosi nella maggior parte dei casi di famiglie con due o più percettori, mentre le famiglie monogenitoriali presentano un reddito mediano di 33.290 euro e gli anziani che vivono soli nel 50% dei casi non superano la soglia di 18.614 euro (1.550 euro mensili). Il livello di reddito mediano delle famiglie con stranieri è inferiore di 5.970 euro a quello delle famiglie composte solo da italiani (32.361 euro). Le differenze relative si accentuano passando dal Nord al Mezzogiorno, dove il reddito mediano delle famiglie con almeno uno straniero è pari al 58% di quello delle famiglie di soli italiani.

 

Crescono i redditi da lavoro e da trasferimenti pubblici

Al fine di confrontare le condizioni economiche delle famiglie tenendo conto del fatto che siano proprietarie o meno dell’abitazione in cui vivono (un quinto delle famiglie in Italia vive in una casa in affitto), si considera anche il reddito inclusivo dell’affitto figurativo (cfr. Glossario) delle case di proprietà, in usufrutto o uso gratuito.

Nel 2024, il reddito familiare inclusivo degli affitti figurativi è stimato in media pari a 45.265 euro e la crescita in termini reali rispetto all’anno precedente è pari a +4,8%. Se si considerano le principali componenti del reddito familiare, rispetto all’anno precedente i redditi familiari da lavoro dipendente sono cresciuti (+3,8%) in misura maggiore dei redditi da lavoro autonomo (+2,6%), ma meno dei redditi da pensioni e trasferimenti pubblici, che sono tornati ad aumentare(+4,4%). Gli affitti figurativi sono infine cresciuti in modo notevole (+9,5%), recuperando buona parte della perdita subita a partire dalla pandemia.
In rapporto ai livelli (pre-crisi) del 2007, la perdita complessiva è decisamente maggiore per i redditi familiari da lavoro autonomo (-21,8% in termini reali) rispetto ai redditi da lavoro dipendente (-7,9%), mentre i redditi da capitale mostrano una perdita complessiva (-14,9%) in gran parte attribuibile alla dinamica negativa degli affitti figurativi (-20,1%). Solo i redditi da pensioni e trasferimenti pubblici sono cresciuti in termini reali nel periodo considerato, risultando più alti del 6,7% rispetto al 2007.

 

DISUGUAGLIANZA

 

In diminuzione la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi

Per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è possibile ordinare gli individui dal reddito equivalente più basso a quello più alto, classificandoli in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi equivalenti più bassi, l’ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dall’ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come s80/s20) fornisce una misura sintetica della disuguaglianza.

Se si fa riferimento alla distribuzione dei redditi equivalenti netti senza affitti figurativi, nel 2024, l’indicatore s80/s20 è pari a 5,1, in miglioramento rispetto al 2023 (quando era pari a 5,5) e al di sotto del valore pre-crisi del 2007 (5,4). Le componenti che hanno contribuito maggiormente alla riduzione della disuguaglianza sono i trasferimenti pubblici e i redditi da lavoro autonomo, per effetto di una crescita relativamente più sostenuta di queste componenti nella coda bassa della distribuzione (primo quinto) rispetto all’ultimo quinto.

Se si includono gli affitti figurativi, il rapporto nel 2024 si attesta a 4,5 (era 4,8 nel 2023). Nel Sud e Isole l’indicatore s80/s20 è pari al dato nazionale e diminuisce rispetto al 2023 (quando era 5). Il livello di disuguaglianza è invece inferiore al dato medio nazionale, e in miglioramento rispetto all’anno precedente, nel Nord-ovest (4,1 da 4,4 nel 2023) e nel Centro (4,2 da 4,5 nel 2023). Nel Nord-est il livello di disuguaglianza resta stabile e più basso della media nazionale (3,7).

Nel 2024 il Nord-est presenta il reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi più alto tra le quattro aree territoriali (50.407 euro contro un valore medio nazionale pari a 45.265 euro) e la crescita maggiore in termini nominali rispetto al 2023 (quando era 47.279 euro). Seguono il Nord-ovest
(49.846 euro da 47.429 euro nel 2023) e il Centro (46.560 euro da 44.001 nel 2023). Nel Mezzogiorno il reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi è invece il più basso (37.281 euro) nonostante sia in crescita rispetto all’anno precedente quando era pari a 34.972 euro.

Una delle misure principalmente utilizzate nel contesto europeo per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui è l’indice di concentrazione di Gini. Se calcolato sui redditi netti senza componenti figurative e in natura (definizione armonizzata a livello europeo), nel 2024, il valore stimato per l’Italia (0,310) è in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (quando era 0,322). L’indice di concentrazione di Gini calcolato per Sud e Isole (0,322) è superiore al dato medio nazionale. Il Centro (0,298), il Nord-ovest (0,294) e soprattutto il Nord-est (0,272) presentano invece un valore più basso.

 

LAVORO A BASSO REDDITO E POVERTÀ LAVORATIVA

I redditi da lavoro costituiscono la componente più importante dei redditi familiari per la maggior parte delle famiglie, ma non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia. Il reddito individuale da lavoro può risultare insufficiente a causa di una bassa retribuzione o di una ridotta intensità lavorativa nel corso dell’anno. Tuttavia, il rischio di povertà dipende anche dalla composizione della famiglia e dal numero di percettori al suo interno. Per valutare le condizioni di vulnerabilità associate al lavoro occorre dunque considerare in mondo congiunto tanto le determinanti dei redditi individuali da lavoro quanto le caratteristiche delle famiglie con lavoratori.

 

I lavoratori a basso reddito sono un quinto del totale

Nel 2024, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro relativa al 2024) sono pari al 20,4% del totale, in riduzione rispetto al 21% dell’anno precedente. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per le donne rispetto agli uomini (25,2% contro 16,7%), per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (28,3% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,9% per quelli nella classe 55-64), per gli stranieri rispetto agli italiani (38,2% contro 18,2%).

La condizione di basso reddito è associata anche a bassi livelli di istruzione, passando dal 42,2% per gli occupati con istruzione primaria al 13,4% per quelli con istruzione terziaria. La quota di lavoratori autonomi a basso reddito (30,3%) è il doppio di quella dei lavoratori dipendenti (15,1%): tra questi ultimi risulta a basso reddito il 40,1% di chi ha un contratto a termine, rispetto al 10,4% di chi ha un contratto a tempo indeterminato. L’intensità lavorativa è ovviamente un fattore determinante: l’incidenza del lavoro a basso reddito è pari all’88,4% per chi ha lavorato meno di quattro mesi nel corso dell’anno, arriva al 57,1% per chi ha lavorato tra i quattro e i nove mesi e scende fino al 13,2% per chi ha lavorato più di nove mesi. Vi sono ampie differenze tra i settori di attività economica: risultano a basso reddito l’8,9% degli occupati nell’industria, il 20,8% nel comparto dei servizi di mercato e il 40,9% in quello dei servizi alla persona.

Nel 2024, la quota dei lavoratori a basso reddito risulta più alta di poco meno di quattro punti a quella stimata al 2007 (anno pre-crisi), quando era pari al 16,7%. Il rischio di basso reddito ha avuto una dinamica crescente nel corso della lunga crisi economica, raggiungendo un picco del 23,2% nel 2014: la progressiva riduzione dell’incidenza del lavoro a basso reddito negli anni successivi è stata interrotta dalla crisi pandemica, con l’indicatore che ha raggiunto il 24,6% nel 2020.

Se anziché calcolare l’indicatore di rischio di lavoro a basso reddito con una soglia variabile (basata sulla distribuzione dei redditi da lavoro relativa a ogni anno) si utilizza la soglia relativa al 2007 aggiustata per l’inflazione (soglia ancorata), la dinamica in crescita risulta più accentuata: l’incidenza del lavoro a basso reddito aumenta di circa 10 punti nel periodo della crisi economica, raggiungendo il 26,2% nel 2014, e resta elevata dopo la pandemia a causa della crescita dei prezzi, con l’indicatore che nel 2020 raggiunge il 28,4% e nel 2024 si attesta al 23,9%.

 

Un occupato su 10 a rischio di povertà lavorativa

Si definisce a rischio di povertà lavorativa un individuo che vive in una famiglia a rischio di povertà e ha lavorato per più della metà dell’anno. Tale indicatore adotta dunque una definizione restrittiva di occupato, dal momento che esclude gli individui con una presenza discontinua sul mercato del lavoro e che presentano un maggior rischio di basso reddito.
Nel 2025, risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, sostanzialmente invariato rispetto al 10,3% del 2024. Le donne presentano un rischio di povertà lavorativa inferiore a quello degli uomini (8,2% contro 11,7%), nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito; in effetti, spesso le donne sono “seconde percettrici” di reddito da lavoro nel nucleo familiare e la bassa retribuzione non si traduce necessariamente in un rischio di povertà familiare.

In generale, infatti, il rischio di povertà lavorativa tra gli occupati a basso reddito da lavoro si attesta al 36,6%, ad indicare che quasi i due terzi dei lavoratori con basso reddito non sono a rischio di povertà lavorativa. Ampio lo svantaggio degli stranieri, che risultano a rischio di povertà lavorativa nel 25,9% dei casi rispetto all’8,3% stimato per gli italiani. Le caratteristiche familiari sono molto rilevanti nel determinare la condizione di povertà lavorativa: l’indicatore risulta pari al 13,3% per le persone sole, rispetto al 4,2% delle coppie senza figli. La presenza di figli accentua il rischio, che passa dal 7,8% per le coppie con un figlio al 16,7% per quelle con tre o più figli. Nel caso in cui all’interno del nucleo vi siano più percettori di reddito, l’incidenza della povertà lavorativa risulta notevolmente ridotta: se per i nuclei con un solo percettore l’indicatore è pari al 20,4%, per quelli con tre o più percettori scende fino al 5,7%.

 

 

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