(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Cogliamo l’occasione per argomentare, constatare e non giudicare alternativamente in merito all’iniziativa Giornata per la visibilità trans, il 30 marzo Arcigay propone la proiezione di «Nel mio nome».
Vogliamo mettere in guardia dalle affermazioni totalizzanti di coloro che sostengono trionfalmente che l’omosessualità, in base ai criteri “scientifici” sanciti dal DSM è naturale. Il rischio di questa enunciazione è che essa possa diventare una “giustificazione scientifica” per sostenere ulteriori manipolazioni ideologiche.
Uno degli argomenti del movimento gay per attestare che l’omosessualità sarebbe “comune” è l’affermazione secondo la quale l’APA, nel 1973, ha cancellato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM ( Diagnostic and Statistic Manual); sulla scia di questa decisione, l’OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’ICD ( International Classification of Disease),nel 1991. Pochi però spiegano che questa decisione non è stato il frutto di un dibattito scientifico, ma di una operazione ideologica.
L’omosessualità fu derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione “per corrispondenza” (5.816 voti a favore e 3.817 contro)! Il noto psichiatra Irving Bieber commentò la votazione del 1973: «Non si può davvero sostenere che la nuova posizione ufficiale riguardo l’omosessualità sia una vittoria della scienza. Non è ragionevole votare su questioni scientifiche come se si trattasse di mettere ai voti se la terra sia piatta o rotonda».
È interessante la posizione di Robert Spitzer, che nel 1973 era presidente della “Commissione Nomenclatura” dell’APA. Egli, in seguito a una ricerca compiuta nel 2001 e confermata nel 2003 sull’efficacia delle terapie riparativa, afferma di aver cambiato idea in merito alla possibilità di cambiamento dell’orientamento sessuale. In una dichiarazione rilasciata al “Wall Street Journal” il 23 maggio 2001, egli afferma: «Nel 1973, opponendomi all’opinione prevalente dei miei colleghi, appoggiai la rimozione dell’omosessualità dalla lista ufficiale dei disordini mentali. Per questo motivo ottenni il rispetto dei liberals e della comunità gay, anche se ciò fece infuriare molti dei miei colleghi[…]. Ora, nel 2001, ho mutato opinione e questo ha fatto sì che venissi presentato come un nemico della comunità gay e così la pensano in molti all’interno della comunità psichiatrica e accademica. lo contesto la tesi secondo cui ogni desiderio di cambiamento dell’orientamento sessuale di un individuo è sempre il risultato della pressione sociale e mai il prodotto di una razionale motivazione personale…».
I primi teorici del gender iniziano a gettare la spugna: è un’ideologia artificiosa e senza alcun fondamento scientifico. Uno dei primi “rinnegati” è il professor Christopher Dummitt, docente di storia canadese alla Trent University di Peterborough (Ontario). Il suo saggio The Mainly Modern: Masculinity in Postwar Canada era diventato un manifesto della cultura gender in Canada, un ordigno culturale tra i tanti per sventrare gli stereotipi di genere. Christopher Dummitt ha ammesso che la sua ricerca «non ha dimostrato nulla» e che nella teoria gender c’è molta ideologia e pochissima scienza, Dummitt, infine, denuncia: «Il mio ragionamento rozzo e altre opere accademiche che sfruttano lo stesso pensiero errato sono ora ripresi da attivisti e governi per imporre un nuovo codice di condotta morale”. (link).
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Emilio Giuliana
Comitato Futuro Nazionale per Vannacci Trento – 214
