(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Consiglio provinciale: via libera alla proposta di voto sulla cittadinanza ai discendenti trentini emigrati all’estero. Ora in esame la proposta 8 di Calzà sulla “definizione di atti sessuali”
Dopo l’approvazione unanime del bilancio di assestamento del Consiglio provinciale, l’assemblea è passata alla designazione suppletiva di Enrico Tonelli a componente effettivo della Commissione elettorale circondariale di Rovereto, avvenuta a scrutinio segreto con 20 voti favorevoli, 11 schede bianche e 3 schede nulle. I lavori sono poi proseguiti con l’esame e l’approvazione della proposta di voto 6, “Diritto alla cittadinanza italiana per i discendenti dei trentini emigrati all’estero”, primo firmatario il consigliere Michele Malfer (assieme al consigliere Kaswalder, membro con Malfer della Consulta provinciale per l’emigrazione trentina). Infine è stata avviata la discussione della proposta di voto 8 di Michela Calzà “Definizione degli atti di violenza sessuale”. Dopo alcuni interventi in discussione, l’assessora Giulia Zanotelli ha chiesto una sospensione dei lavori per permettere un incontro utile a vagliare una possibile mediazione.
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Cittadinanza italiana per i discendenti dei trentini emigrati all’estero: approvata la proposta di voto di Malfer
Mattia Gottardi, assessore competente, ha espresso la posizione della Giunta su un tema “caro trasversalmente a maggioranza ed opposizione” anticipando il parere favorevole. Gottardi ha detto di condividere l’impianto e l’obiettivo di sensibilizzare il Parlamento sul tema del riconoscimento della cittadinanza italiana ai discendenti dei trentini emigrati all’estero, ricordando come la questione sia già stata affrontata anche in Consiglio regionale e sottolineando la necessità di dare una risposta ai discendenti delle comunità trentine, in particolare in Brasile e Argentina che, a causa delle vicende storiche legate all’emigrazione dall’allora Tirolo austroungarico, non erano cittadini italiani al momento della partenza dei loro antenati e hanno potuto avviare il percorso di riconoscimento delle proprie origini solo a partire dalla legge del 2000. L’assessore ha infine ricordato che il tema è stato al centro anche della recente Conferenza mondiale dei Trentini nel mondo, ribadendone il valore storico, culturale e identitario.
Illustrando la proposta di voto, Michele Malfer (Campobase), ha ringraziato la Giunta per il parere favorevole, ricordando che il tema è stato approfondito anche nell’ambito della Conferenza dei consultori dei Trentini nel mondo. Ha spiegato come l’iniziativa nasca dall’esigenza di affrontare una questione che riguarda non solo il diritto di cittadinanza, ma anche la storia dell’emigrazione trentina e il legame delle comunità all’estero con il territorio d’origine. Malfer ha ricordato che i trentini emigrati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento partirono quando il Trentino apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico e, quindi, non erano cittadini italiani. Una condizione che ha impedito ai loro discendenti di ricostruire la continuità della cittadinanza secondo le regole ordinarie dello ius sanguinis. Il consigliere ha quindi ripercorso l’intervento del legislatore nazionale con la legge 379 del 2000, che introdusse una procedura straordinaria per consentire ai discendenti degli emigrati provenienti dai territori annessi all’Italia dopo la Prima guerra mondiale di ottenere la cittadinanza italiana, ricordando come oltre 7.000 persone abbiano usufruito di questa possibilità. A suo giudizio, la riforma della cittadinanza introdotta con il decreto-legge del marzo 2025, restringendo il riconoscimento della cittadinanza per discendenza, rischia ora di penalizzare nuovamente proprio le comunità di origine trentina emigrate prima del 1918. Per questo, ha spiegato, la proposta di voto chiede al Parlamento e al Governo di riaprire una riflessione normativa sulla specificità dei discendenti degli emigrati provenienti dall’allora Tirolo austro-ungarico, riprendendo il percorso già avviato con la legge del 2000 e con la proposta approvata dal Consiglio regionale nel marzo scorso. “Non chiediamo privilegi territoriali, ha detto, ma il riconoscimento di una particolare vicenda storica”. Secondo Malfer, si tratta di un principio di giustizia storica nei confronti di comunità che continuano a mantenere vivo un forte legame culturale e identitario con il Trentino e che rappresentano ancora oggi una parte integrante della storia e dell’identità del territorio.
Stefania Segnana (Lega) ha annunciato il sostegno del gruppo alla proposta, definendola coerente con il principio dell’identità che, a suo giudizio, caratterizza la storia del Trentino. Ha ricordato come migliaia di emigrati partiti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento abbiano mantenuto vive, soprattutto nelle comunità del Brasile e dell’Argentina, la lingua, i dialetti, le tradizioni e il senso di appartenenza alla terra d’origine. Secondo Segnana, la legge del 2000 aveva rappresentato un’importante riparazione storica nei confronti dei discendenti dei trentini emigrati quando il territorio apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico, mentre le modifiche introdotte nel 2025 rischiano di escludere proprio quelle comunità che hanno saputo conservare più fortemente il legame con il Trentino. Per questo ha invitato il Parlamento a valutare una disciplina specifica per i discendenti degli emigrati provenienti dall’allora Tirolo italiano, sottolineando come la tutela delle comunità trentine nel mondo rappresenti un’espressione concreta dell’autonomia speciale e della storia del territorio. Richiamando infine la recente missione istituzionale in Brasile per i 150 anni dell’emigrazione trentina, ha ricordato di aver potuto constatare personalmente quanto il senso di appartenenza e le tradizioni trentine siano ancora profondamente radicati nelle comunità locali.
Francesca Parolari (Pd) ha anticipato il sostegno alla proposta definendola “un atto che parla di giustizia storica, identità e memoria”. Dopo aver ricordato il valore del legame che le comunità trentine emigrate in Sud America continuano a mantenere con la terra d’origine e l’importanza della legge del 2000 nel sanare una storica disparità, ha sostenuto la richiesta di riaprire a livello nazionale una riflessione sul riconoscimento della cittadinanza ai discendenti dei trentini emigrati prima del 1918. La consigliera ha poi allargato il ragionamento al significato stesso della cittadinanza, osservando che il dibattito impone una riflessione più ampia sul concetto di appartenenza a una comunità. Parolari ha richiamato il tema dello ius soli e della cittadinanza civica introdotta dal Comune di Trento, sostenendo che il legame con una comunità si fonda sulla condivisione di valori, cultura e vita quotidiana. Ha quindi evidenziato quella che ha definito una contraddizione politica: da un lato si chiede giustamente il riconoscimento della cittadinanza per i discendenti dei trentini all’estero, dall’altro si ostacolano percorsi analoghi per i figli degli immigrati che vivono, studiano e lavorano stabilmente in Italia. “La cittadinanza” ha concluso, “non è un privilegio determinato dall’anagrafe o dalla storia familiare, ma il riconoscimento formale di una comunità reale”.
Richiamando la propria esperienza nelle comunità trentine del Brasile Lucia Coppola (Alleanza Verdi e Sinistra) ha ricordato la forza del legame identitario che ancora oggi unisce quei discendenti alla terra d’origine, dove si conservano lingua, dialetti e tradizioni tramandate di generazione in generazione. Coppola ha quindi sostenuto che la stessa apertura dovrebbe essere riservata ai cosiddetti nuovi cittadini che vivono stabilmente in Trentino, in particolare ai figli e ai nipoti degli immigrati nati o cresciuti nel territorio provinciale. Ha espresso apprezzamento per l’istituzione della cittadinanza di comunità da parte del Comune di Trento, definendola un gesto dal forte valore simbolico, e ha criticato quanti vi si sono opposti. Secondo la consigliera, riconoscere la cittadinanza significa favorire l’inclusione e il senso di appartenenza alla comunità, senza chiedere di rinunciare alle proprie origini. Ha infine invitato a valorizzare il contributo positivo offerto dagli immigrati alla società trentina, sottolineando il loro ruolo nel lavoro, nell’imprenditoria e nella vita delle comunità locali.
Il consigliere Walter Kaswalder (PATT) secondo firmatario, ha espresso il pieno sostegno del gruppo ricordando le esperienze vissute durante le missioni istituzionali in Argentina, Brasile e Cile, che gli hanno consentito di conoscere direttamente le comunità di origine trentina e ascoltare le storie dell’emigrazione. Ha sottolineato il contributo che gli emigrati trentini hanno saputo offrire ai Paesi che li hanno accolti, portando con sé capacità di lavoro, cultura e valori ancora oggi riconosciuti e apprezzati. Kaswalder ha ricordato come la recente riforma della cittadinanza abbia escluso molti discendenti degli emigrati dalla possibilità di ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana, creando disparità anche all’interno delle stesse famiglie. Per questo ha auspicato che il Governo accolga il sollecito contenuto nella proposta di voto, ripristinando la possibilità per i discendenti dei trentini emigrati di ottenere la cittadinanza italiana, e ha ringraziato il consigliere Malfer e tutti i firmatari dell’iniziativa.
Sì convinto anche da Paola Demagri (Casa Autonomia) che ha condiviso le motivazioni espresse dai precedenti interventi. A suo giudizio, il provvedimento non introduce un nuovo diritto, ma riconosce formalmente un’identità, una storia e un senso di appartenenza che le comunità trentine all’estero hanno saputo conservare nel tempo, tramandandole di generazione in generazione. Richiamando le testimonianze raccolte durante gli incontri con i consultori e con le comunità dei Trentini nel mondo, ha sottolineato il valore del forte legame che ancora oggi unisce quei discendenti alla terra d’origine.
La consigliera ha quindi esteso la riflessione al tema dell’immigrazione contemporanea, osservando come la storia dei trentini emigrati per necessità presenti significative analogie con quella di chi oggi arriva in Trentino in cerca di opportunità di lavoro e di una vita migliore. Demagri ha ribadito il proprio sostegno a un’immigrazione legale, regolata e finalizzata anche a rispondere ai bisogni del mercato del lavoro, richiamando al tempo stesso il dovere di solidarietà nei confronti di chi fugge da guerre e situazioni di grave difficoltà. Secondo la consigliera, il riconoscimento della cittadinanza ai discendenti dei trentini emigrati richiama gli stessi valori di accoglienza e integrazione che dovrebbero ispirare anche le politiche migratorie del presente.
La replica
Nella replica, il consigliere Michele Malfer ha ringraziato tutti i gruppi per il sostegno trasversale alla proposta, ribadendo che l’obiettivo non è riconoscere un privilegio, ma chiedere al Governo di intervenire su una specifica anomalia storica e giuridica che riguarda i discendenti dei trentini emigrati quando il territorio apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico. Ha ricordato che il legame con le comunità trentine nel mondo continua a vivere attraverso la lingua, la cultura, gli scambi tra giovani e numerose collaborazioni con il Trentino. Richiamando anche le riflessioni emerse in Aula sul tema delle migrazioni, ha osservato come la storia dell’emigrazione trentina possa offrire spunti utili per comprendere le sfide del presente.
Le dichiarazioni di voto
Mirko Bisesti (Lega) è intervenuto in dichiarazione di voto, stimolato dall’intervento della consigliera Parolari e quelli che sono seguiti, che hanno di fatto “mischiato” la discussione con il tema dell’allargamento delle maglie della cittadinanza e dello ius soli. Secondo Bisesti si tratta di questioni profondamente diverse, che non dovrebbero essere sovrapposte. Ha inoltre respinto la tesi secondo cui l’Italia avrebbe un sistema troppo restrittivo per il riconoscimento della cittadinanza, ricordando come il Paese sia quello che nell’ultimo decennio ha concesso il maggior numero di cittadinanze nell’Unione europea. A suo giudizio l’attuale normativa garantisce un percorso fondato su requisiti precisi e non vi è quindi la necessità di modificarne l’impianto. Ha quindi confermato il voto favorevole del gruppo alla proposta di voto.
Daniele Biada (Fratelli d’Italia) ha annunciato il voto favorevole del gruppo, ricordando come la storia dell’emigrazione abbia segnato profondamente il Trentino e molte altre realtà italiane. Ha osservato che i discendenti dei trentini emigrati, pur avendo costruito la propria vita all’estero, hanno mantenuto vivo il legame con la lingua, le tradizioni e l’identità d’origine e meritano quindi il riconoscimento della cittadinanza. Richiamando il dibattito emerso in Aula, ha ribadito che la questione dei discendenti dei trentini emigrati va tenuta distinta dal tema più generale della cittadinanza agli immigrati, ricordando che l’attuale normativa già consente il riconoscimento della cittadinanza a chi possiede i requisiti previsti dalla legge, con tempi oggi più rapidi rispetto al passato.
Maria Bosin (Patt) ha osservato come la storia dell’emigrazione trentina, nata dalla necessità di cercare condizioni di vita migliori, rappresenti anche oggi un invito ad affrontare il tema delle migrazioni con equilibrio. La consigliera ha evidenziato il valore della proposta nel richiamare l’attenzione sulla storia e sull’identità del Trentino, elementi alla base dell’autonomia speciale e non sempre sufficientemente conosciuti, soprattutto dalle nuove generazioni. Iniziative come questa contribuiscono a suo avviso non solo a sostenere i diritti dei discendenti degli emigrati trentini, ma anche a rafforzare la consapevolezza delle proprie radici e del passato del territorio.
Per Lucia Maestri (PD) ha espresso il voto favorevole alla proposta ricordando anche la propria esperienza come consultora. Replicando all’intervento di Mirko Bisesti, ha respinto l’idea che il dibattito si sia allontanato dall’oggetto, sostenendo invece che il nodo centrale sia il concetto stesso di emigrazione. Secondo Maestri, le ragioni che spinsero i trentini a lasciare la propria terra in cerca di una vita migliore sono le stesse che ancora oggi muovono molte persone verso l’Europa, e proprio per questo il riconoscimento dei diritti dei discendenti dei trentini emigrati dovrebbe accompagnarsi a una riflessione più ampia sulle politiche della cittadinanza. La consigliera ha inoltre contestato la ricostruzione secondo cui l’Italia sarebbe il Paese europeo che concede più cittadinanze e ha ribadito che, per il Partito democratico, la cittadinanza costituisce un diritto da riconoscere nel rispetto delle regole. Rivolgendosi infine ai gruppi di maggioranza e al Governo nazionale, ha auspicato che il sostegno espresso alla proposta di voto possa tradursi anche in una più ampia riflessione sul tema dell’immigrazione.
Messa ai voti, la proposta è approvata all’unanimità.
Definizione degli atti di violenza: in discussione la proposta di voto di Calzà
Si è quindi passati all’esame della proposta di voto 8 di Michela Calzà (PD) “Definizione degli atti di violenza sessuale”. Illustrando la proposta di voto, la consigliera del PD ha ricordato il percorso già compiuto dal Consiglio provinciale sul contrasto alla violenza di genere, spiegando che l’obiettivo dell’iniziativa è sollecitare Parlamento e Governo a confermare il principio del consenso libero, attuale ed esplicito quale elemento centrale nella definizione dei reati di violenza sessuale, in coerenza con la Convenzione di Istanbul. Calzà ha ricordato che la Camera dei deputati aveva approvato all’unanimità una riforma che recepisce questo principio, fondata sul presupposto che ogni atto sessuale privo di consenso costituisca violenza, ma ha evidenziato come il successivo iter al Senato abbia introdotto una diversa impostazione, spostando l’attenzione dal consenso alla necessità di dimostrare il dissenso della vittima. Secondo Calzà, questa modifica rappresenterebbe un arretramento nella tutela delle donne, poiché rischierebbe di reintrodurre forme di vittimizzazione secondaria, imponendo alle vittime l’onere di dimostrare la propria opposizione anche in situazioni nelle quali la paura o il cosiddetto freezing rendono impossibile reagire. Per questo, la proposta di voto chiede al Parlamento di mantenere il testo approvato dalla Camera, riaffermando il principio che il consenso debba essere sempre accertato e non possa mai essere presunto.
Lucia Coppola (Alleanza Verdi e Sinistra) ha espresso il pieno sostegno alla proposta, pur non figurando tra i sottoscrittori per ragioni procedurali. Ha definito “gravissimo” il tentativo di sostituire il principio del consenso con quello del dissenso, sostenendo che una simile modifica rischierebbe di aggravare la vittimizzazione secondaria delle donne costrette a dimostrare di essersi opposte alla violenza, non tenendo conto delle reazioni di paralisi psicologica (freezing) riconosciute anche dalla letteratura scientifica. Richiamando recenti casi giudiziari e i dati sulla diffusione della violenza di genere, Coppola ha ricordato come la maggior parte delle aggressioni sessuali e dei femminicidi avvenga in ambito familiare o relazionale e ha ribadito la necessità di mantenere fermo il principio del consenso libero, attuale ed esplicito, in linea con la Convenzione di Istanbul. Ha infine sottolineato l’importanza dell’impegno della Provincia attraverso la rete antiviolenza e ha invitato il Parlamento a non arretrare sul piano della tutela delle vittime.

