(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Festeggiamo oggi uno degli anniversari più importanti del nostro calendario civile: gli ottant’anni dalla nascita della nostra Repubblica. Fu “un miracolo della ragione”, come scrisse il costituente Piero Calamandrei, un miracolo arrivato al termine di mezzo secolo di follia, di arbitrio, di devastazione materiale e umana.
Caso più unico che raro nella storia, la monarchia venne abolita senza violenza, “senza stragi, senza turbamenti, senza rancori”, con un voto referendario che ridava la voce agli italiani. Lo stesso re Umberto II andò alle urne insieme a milioni di persone: da nord a sud, come osservò il ministro dell’Interno di allora, c’era “ovunque la stessa impazienza, ovunque lo stesso entusiasmo, ma ovunque c’era anche la stessa calma”.
In fila davanti ai seggi per la prima volta comparvero le donne: non più madri di molti figli da regalare alla patria, non mogli sottomesse e poco istruite come le voleva il fascismo, ma fiere protagoniste del cambiamento politico. Non è un caso che le donne andarono a votare in massa, anche più degli uomini, riuscendo anche a entrare nella Costituente, seppure con solo 21 elette, e a cancellare quel tabù che le considerava inadatte e impreparate alla vita pubblica.
In questa epopea democratica, il Trentino si distinse perché fu una roccaforte repubblicana, anzi tra le più repubblicane d’Italia: al referendum istituzionale del 2 giugno si espresse in modo schiacciante contro la monarchia, bocciata dall’85 per cento dei trentini. Un primato che rivelò quanto grande fosse il desiderio di cambiamento di una terra che era stata annessa al Reich nei 20 mesi dell’Alpenvorland e aveva vissuto non solo i disastri della guerra, non solo i crimini del nazifascismo, ma aveva anche sperimentato da vicino l’autoritarismo umiliante dell’invasore.
Oltre che un miracolo della ragione, il 2 giugno fu anche un’incredibile dimostrazione di pluralismo che, a distanza di 80 anni, ci riempie ancora di meraviglia. Dopo le prove di collaborazione nel Comitato di liberazione nazionale, i rappresentanti di tutte le culture politiche che Mussolini aveva represso e perseguitato scoprirono che potevano e dovevano lavorare insieme per la nuova Italia. Uniti dall’antifascismo e dalla condanna del Ventennio ormai alle spalle, liberali, cattolici, azionisti, socialisti e comunisti scrissero insieme una delle Costituzioni più belle che siano mai state concepite. Una Costituzione rivoluzionaria e insieme equilibrata, non animosa, che in 139 articoli non solo capovolgeva la vecchia idea di Stato padrone e spietato ma faceva anche un enorme balzo in avanti sul piano dei diritti e dei doveri della persona.
La Repubblica ora è nelle nostre mani. Anzi, come ha affermato di recente il Presidente Sergio Mattarella, “la Repubblica siamo noi, ciascuno di noi”. Questo significa che la Repubblica vive ogni giorno nelle nostre scelte e nella partecipazione alla vita pubblica. Parafrasando una nota canzone, “la Repubblica siamo noi” significa anche che nessuno deve sentirsi escluso: perché ogni persona, indipendentemente dalla propria condizione sociale, dall’origine, dalla fede, dall’orientamento sessuale o dalle idee, è parte della comunità democratica. Il cuore della Carta costituzionale scritta dagli italiani con il voto del 2 giugno secondo alcuni è proprio questo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ed è proprio compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”.
Questo bellissimo articolo 3 della Carta è non solo un cardine del nostro ordinamento, ma risuona come una promessa postuma fatta dai Costituenti agli italiani del futuro. Una promessa che, passando di generazione in generazione, non viene sempre accolta con l’entusiasmo di un tempo. Perché talvolta sembriamo esserci abituati alle discriminazioni e alle disuguaglianze, per esempio nell’esercizio effettivo del diritto alla salute, all’istruzione o alla casa. In qualche occasione diamo l’impressione di poter rinunciare a diritti e tutele che riguardano qualcun altro, di poter tollerare le discriminazioni che non toccano la nostra famiglia o la nostra quotidianità. Eppure è proprio nella capacità di difendere i diritti di chi ci è estraneo, di chi è diverso da noi che si misura la maturità di una democrazia: perché, come ci insegna la storia, rimanere indifferenti o peggio giustificare le limitazioni della libertà o la disuguaglianza subite da altri apre una ferita che alla lunga può rivelarsi pericolosa per tutti.
La nostra Costituzione ci impegna a essere esigenti anche a livello internazionale. Ci esorta a non assuefarci alla guerra, a rispettare le regole che disciplinano i rapporti tra gli Stati, a guardare all’Europa accettando quelle limitazioni alla sovranità che sono funzionali alla pace e alla giustizia, considerati beni supremi dai Costituenti proprio perché avevano sperimentato gli orrori del conflitto. E invece oggi spesso accade che le nostre istituzioni siano afasiche e incapaci di reagire a soprusi immensi e a un orrore che, a Gaza come in Ucraina, è sempre più insopportabile.
Il 2 giugno segnò l’inizio di una nuova epoca, come il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi sottolineò in un comizio tenuto a Roma pochi giorni prima dell’appuntamento referendario: “La vera questione non è se l’Italia debba essere una Monarchia o una Repubblica – dichiarò De Gasperi in un clima sospeso e di grande incertezza – La vera questione è se gli italiani siano pronti a passare da sudditi a cittadini, assumendosi la responsabilità del futuro del Paese. Se si sentono pronti, voteranno Repubblica; altrimenti, è preferibile che restino sudditi, potendo attribuire la colpa al sovrano in caso di problemi. Il cittadino, invece, non ha questa possibilità: la responsabilità delle sorti del Paese ricade sulle sue spalle. Col referendum del 2 giugno inizia l’era della responsabilità del cittadino”.
In questo ottantesimo anniversario le parole di De Gasperi ci rinnovano l’invito all’impegno e anche alla fiducia. Visto che non possiamo più delegare il nostro futuro a un re, dobbiamo aver fiducia in noi stessi e nella nostra Costituzione, non una lettera morta, ma un baluardo contro ogni tentazione antidemocratica e insieme una bussola che ci fa ritrovare la rotta quando ci sentiamo smarriti. Se pensate è un altro miracolo che la Costituzione in tutti questi anni non ci abbia lasciato mai soli e continui a proteggerci, a darci garanzie, a indicarci obiettivi da raggiungere. Teniamocela cara insieme alla Repubblica, spazio di libertà e giustizia che donne e uomini coraggiosi hanno costruito per noi e per gli italiani che verranno.

