(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Ho letto di recente che la memoria è ciò che rimane dell’esperienza: questo non significa solo, banalmente, che i fatti del passato sopravvivono nella misura in cui li ricordiamo. Piuttosto questa constatazione suggerisce, per contrasto, che l’amnesia storica cancella non solo gli eventi, ma anche il loro portato di conoscenza, recide le radici dei significati che si sono stratificati nel tempo e che sono diventati parte della nostra cultura, dei nostri valori. Senza memoria non sappiamo più spiegare chi siamo né motivare le nostre scelte che, viste nella prospettiva dell’eterno presente, sembrano del tutto casuali e accidentali.
La tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata ha avuto sicuramente una parte importante nel definire quello che oggi è per noi intollerabile. Eppure quei fatti sono stati a lungo negati o meglio relegati in una piega nascosta della storia per non disturbare gli equilibri politici e diplomatici raggiunti dopo la seconda guerra mondiale. L’esistenza stessa delle foibe costringeva a un autoesame scomodo che non poteva prescindere dalla condanna dei crimini delle milizie comuniste di Tito, le stesse che avevano dato un contributo alla lotta contro il nazifascismo. E poi parlare di foibe significava riaprire la ferita mai del tutto rimarginata degli esuli istriani, fiumani e dalmati che l’Italia aveva abbandonato a loro stessi, sacrificandoli sull’altare di un interesse nazionale che oggi emerge in tutto il suo cinismo.
Il silenzio del dopoguerra ha creato un vuoto di memoria che è stato talvolta strumentalizzato non tanto inventando i fatti, ma usandoli in modo ideologico. In molti casi la tragedia dell’esodo e delle foibe è stata presentata fuori dal suo contesto storico, quello della guerra e dell’occupazione fascista, con l’obiettivo di costruire una memoria selettiva, piegata ai fini della propaganda più che fondata sulla conoscenza dei fatti storici.
Questa giornata, istituita per volontà del Parlamento italiano nel 2004, è servita proprio a recuperare una memoria equilibrata, capace di mettere fine a una rimozione vergognosa che, oltre a rinfocolare il dolore di tante famiglie, alimentava il rancore e il conflitto. Il Giorno del Ricordo ha restituito dignità alle vittime, considerate in quanto tali e non come pedine ideologiche da muovere a seconda delle convenienze e, insieme, ha condannato senza indulgenza i carnefici di Tito responsabili di crimini ingiustificabili: gli eccidi, le persecuzioni e la deportazione in campi di prigionia disumani come quello di Goli Otok, l’esodo forzato di migliaia di persone.
Cosa rimanga di quell’esperienza, quale sia il lascito degli orrori compiuti sul confine orientale dell’Italia tra il 1943 e il 1945 lo riassume in modo efficace il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in una delle prime celebrazioni della Giornata del Ricordo. Ciampi mette in rilievo non solo il pericolo scampato, ma le istruzioni ideali e pratiche che da quelle tragiche vicende abbiamo tratto: dopo aver corso il rischio mortale di essere inghiottita dal nazionalismi esasperati del Novecento, la civiltà europea è riemersa nel secondo dopoguerra mettendo al centro valori come “umanità, rispetto per l’altro, fede nella ragione e nel diritto, solidarietà – ha affermato il presidente – In questa Europa di fratellanza e di pace, le minoranze non sono più vittime di divisioni e di esclusione, ma sono fonte e simbolo di rispetto e di arricchimento reciproco, di dialogo e di costruttiva collaborazione”.
Rispetto per le minoranze, per l’altro, per il diverso, solidarietà: di questo ci parla questa giornata, preziosa perché ci invita a dismettere i paraocchi ideologici e a riconoscere il male ovunque si trovi e non solo nel luogo indicato dalla bussola nella nostra appartenenza politica. Scopriamo allora che l’urgenza di allora non è poi tanto diversa da quella attuale: mettere tutto il nostro impegno per recuperare uno sguardo libero, capace di cogliere la differenza che passa tra la legittimità delle ragioni e l’assoluta illegittimità delle violenze, tra motivazioni fondate e metodi fallaci che prima disumanizzano, poi annientano gli avversari.
Purtroppo verifichiamo quotidianamente, leggendo i giornali o ascoltando i notiziari, che il ricordo del male non basta a salvarci dalla barbarie. Eppure resta uno dei pochi antidoti conosciuti per vaccinarci contro il morbo dell’intolleranza e della discriminazione. Anche per questo un paio di anni fa abbiamo riqualificato Largo Pigarelli, diventato un luogo della memoria che valorizza monumenti e targhe in ricordo di avvenimenti che hanno causato lutti e dolore. In particolare le vittime delle foibe e i protagonisti dell’esodo forzato hanno trovato in quel giardino nel cuore della città una dimora postuma che costituisce un memento per tutti noi.
Chiudo esprimendo la riconoscenza della città ai familiari delle vittime e alle associazioni che, negli anni, si sono fatti carico del peso di una memoria tragica che suscitava fastidio e incredulità. Se oggi quella memoria è uscita dal privato per diventare pubblica e condivisa lo si deve anche alla vostra tenacia.
