(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Un fiume di sterco. Il sistematico inquinamento della Sarca
Da oltre cinque anni, in località Plaza di Sant’Antonio di Mavignola, nel Comune di Pinzolo, si ripete una vicenda grave e irrisolta di sversamento illecito di letame e liquami zootecnici, provenienti sempre dalla medesima azienda agricola, che ha più volte messo a rischio diretto il fiume Sarca, uno dei principali corsi d’acqua del Trentino e asse ecologico fondamentale per l’intero territorio.
Non si tratta di un episodio isolato, né di una mera irregolarità amministrativa: siamo di fronte a una reiterazione sistematica di comportamenti incompatibili con la tutela ambientale, la salute pubblica e il rispetto delle regole, documentata nel tempo da interrogazioni consiliari, ordinanze sindacali, sopralluoghi, interventi d’urgenza e, più recentemente, da nuovi atti ufficiali e articoli di stampa.
Una cronologia che parla da sola
Le prime segnalazioni risalgono al 2020, quando dalla stalla e dalla concimaia di un’azienda agricola situata a ridosso dell’impianto di risalita di Plaza iniziano a verificarsi sversamenti continui di letame e liquami, con accumuli progressivamente crescenti in un’area boschiva immediatamente sovrastante la Sarca.
Nel marzo 2021 il Comune di Pinzolo emette un’ordinanza contingibile e urgente (n. 52/2021) per imporre la rimozione del materiale e la messa in sicurezza dell’area. Ordinanza che, come attestato ufficialmente, non viene ottemperata. Seguono accertamenti del Corpo Forestale, interlocuzioni con APPA e ulteriori solleciti, senza che la situazione venga risolta.
Nel 2022, anziché porre fine definitivamente al problema, il letame viene trasferito e stoccato in un’area lungo il fiume Chiese, a Cimego, spostando di fatto il rischio ambientale da un bacino fluviale all’altro. Nello stesso anno il Comune è costretto a intervenire in via sostitutiva, realizzando una pista sull’argine del Sarca per consentire la rimozione del materiale, con costi pubblici superiori ai 32.000 euro, successivamente oggetto di riscossione coattiva, di cui non è chiaro l’esito.
Nel 2022–2023 si registrano nuovi sversamenti, fino a episodi grotteschi e gravissimi, come la realizzazione di vere e proprie vasche di liquami delimitate da argini di letame, in aree boschive e a ridosso della viabilità.
Nel 2024–2026, nonostante quanto sopra, la vicenda si ripropone ancora una volta: nuove segnalazioni, nuove colate di letame che arrivano a lambire il letto della Sarca, nuove ordinanze sindacali, e la conferma che l’allevatore responsabile è ancora in esercizio.
Un danno ambientale concreto e scientificamente noto
Dal punto di vista ambientale, gli effetti potenziali e reali di questi sversamenti sono ampiamente documentati dalla letteratura scientifica.
Letame e liquami zootecnici contengono elevate concentrazioni di:
● azoto e fosforo, responsabili di processi di eutrofizzazione;
● carica batterica e patogeni, con rischio per la salute umana e animale;
● residui farmacologici e antibiotici, che possono alterare gli equilibri microbiologici dei corsi d’acqua.
I corsi d’acqua alpini, come la Sarca, sono ecosistemi intrinsecamente fragili: caratterizzati da portate variabili, elevata biodiversità e una forte interconnessione con falde, habitat ripariali e attività umane. Anche sversamenti apparentemente localizzati possono produrre effetti cumulativi e duraturi su tutta l’asta fluviale, compromettendo la qualità delle acque, gli habitat ittici e l’intera rete ecologica fluviale.
La centralità della tutela degli ecosistemi fluviali non è un tema ideologico, ma una condizione imprescindibile per il futuro del nostro territorio, per la sicurezza idrica, per l’economia locale (agricoltura, turismo, qualità della vita) e per la coesione sociale delle comunità che vivono lungo questi corsi d’acqua.
Nel suo complesso, la situazione descritta si configura come una grave violazione della normativa ambientale vigente, tra cui:
● D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale), in particolare:
○ art. 74 e seguenti (tutela delle acque dall’inquinamento);
○ art. 137 (scarichi non autorizzati o in violazione delle prescrizioni);
○ art. 192 (divieto di abbandono e gestione illecita di rifiuti);
● Direttiva 2000/60/CE (Direttiva Quadro sulle Acque), che impone agli Stati membri il raggiungimento e il mantenimento del “buono stato ecologico” dei corpi idrici;
● Direttiva 91/676/CEE (Direttiva Nitrati), relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento da nitrati di origine agricola;
● potenziali profili di rilievo penale ai sensi dell’art. 452-bis del Codice Penale (inquinamento ambientale), qualora venga accertata una compromissione significativa e misurabile delle acque.
A ciò si aggiunge l’inottemperanza reiterata alle ordinanze contingibili e urgenti emesse dal Comune di Pinzolo, che costituisce un’ulteriore violazione penalmente rilevante. Il mancato rispetto di provvedimenti adottati a tutela della salute pubblica e dell’ambiente non può essere considerato una mera irregolarità formale, ma rappresenta un elemento di aggravamento della responsabilità del soggetto coinvolto, oltre a giustificare interventi sostitutivi e restrittivi sull’attività esercitata.
Una questione sociale, non solo ambientale
Questa vicenda produce anche profonde conseguenze sociali. Da un lato mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni preposte al controllo e alla tutela del territorio; dall’altro danneggia gravemente l’immagine del mondo agricolo e zootecnico.
È importante sottolineare che molti agricoltori e allevatori trentini hanno da tempo maturato una forte sensibilità ambientale, investendo risorse e competenze per ridurre l’impatto delle proprie attività, migliorare la gestione dei reflui e operare nel rispetto delle normative. È proprio nei confronti di queste realtà produttive virtuose che l’inerzia dimostrata in questo caso risulta ancora più ingiusta e inaccettabile.
Sovvenzioni pubbliche e contraddizioni evidenti
Particolarmente grave appare la contraddizione tra la reiterata inottemperanza alle ordinanze, i ripetuti danni ambientali e l’accesso a contributi pubblici da parte dell’azienda protagonista della vicenda.
Risulta infatti che, a fronte di spese sostenute dalla collettività per rimediare agli sversamenti, l’azienda abbia beneficiato di sovvenzioni pubbliche di importo analogo, senza che risulti chiaro se siano state effettuate verifiche puntuali sul rispetto delle condizioni ambientali e degli obblighi di legge.
Questa situazione solleva interrogativi legittimi sul funzionamento dei sistemi di controllo, sui criteri di erogazione dei contributi e sull’effettiva volontà di interrompere comportamenti che, nei fatti, sembrano tollerati.
In questo contesto, non può essere ignorato il fatto che la vicenda è nota da anni, anche a chi dirige, a vari livelli, la nostra provincia. Riteniamo doveroso evidenziare come la reiterazione degli illeciti e la perdurante assenza di una soluzione definitiva alimentino dubbi e sfiducia che danneggiano l’intero sistema istituzionale.
Le nostre richieste: servono decisioni immediate e definitive
Alla luce di quanto emerso, Acque Trentine – Comitato Permanente di Difesa delle Acque del Trentino chiede con forza:
1. La cessazione immediata di ogni attività incompatibile con la tutela ambientale
nell’area di Plaza, fino alla piena risoluzione delle criticità accertate.
2. Il completo ripristino ambientale dei siti interessati, comprese le aree fluviali e ripariali alterate, a carico dei responsabili.
3. La sospensione e revisione di ogni contributo pubblico destinato all’azienda coinvolta, subordinandone l’eventuale erogazione futura al pieno rispetto delle normative ambientali.
4. Un monitoraggio ambientale indipendente e trasparente delle acque del Sarca e delle aree interessate, con pubblicazione dei risultati.
5. Chiarezza sugli atti adottati, sulle sanzioni irrogate e sugli esiti delle procedure di recupero delle spese pubbliche sostenute.
6. Un rafforzamento effettivo dei controlli sul territorio, affinché episodi di questo tipo non possano più protrarsi per anni nell’indifferenza generale.
Quella di Sant’Antonio di Mavignola non è una vicenda marginale: è un banco di prova per la credibilità delle politiche ambientali provinciali e per la reale volontà di difendere il patrimonio naturale e sociale del Trentino.
Continuare a rimandare o minimizzare non è più accettabile.
Il tempo delle promesse è finito: servono atti chiari, immediati e risolutivi.
Acque Trentine – Comitato Permanente di Difesa
Le realtà firmatarie sono:
Acque Trentine – Comitato Permanente di Difesa delle Acque del Trentino
Associazione Bearsandothers
Coordinamento per la tutela dell’ambiente Alto Garda e Ledro composto da:
Associazione Amici della Sarca
Associazione Ledro Inselberg
Associazione Riccardo Pinter
Associazione Rotte Inverse APS
Associazione Tutela Marroni e Prodotti Tipici di Campi
Comitato Salva Area Lago
Comitato Salvaguardia Olivaia
Comitato Sviluppo Sostenibile
Comitato tutela Oliveto di Goethe
Italia Nostra
Slow Food Valle dell’Adige e Alto Garda
Associazione SOS Altissimo di Nago
WWF Trentino Alto Adige – Südtirol
