(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Pagamento rette alberghiere RSA per malati di Alzheimer. Viviamo in un tempo del tutto particolare in cui la politica è in costante ritardo rispetto alle necessità sociali e sanitarie della popolazione. Viviamo in un tempo in cui è la Magistratura dalla Corte Costituzionale alla Cassazione con specifiche sentenze tenta di colmare un vuoto sempre più ampio e un ritardo della politica sempre più colpevole. Basti pensare alle sentenze 242 del 2019 e 135 del 2024 della Corte Costituzionale sul fine vita in cui viene fatto specifico riferimento alla necessità urgente che il Parlamento addotti un provvedimento legislativo e, notizia di questi giorni, alla risposta del Governo con l’impugnativa della legge della regione Toscana che, visto il vuoto legislativo, si era dotata.
Per quanto riguarda il pagamento poi della retta alberghiera delle RSA per le persone con demenza di Alzheimer ospitate in tali strutture residenziali le sentenze della Cassazione che sanciscono l’obbligo del Servizio Sanitario Nazionale/regionale ad assumersi tali costi esentando il malato e i suoi familiari, datano dal lontano 2012 e poi negli anni si sono susseguiti numerosi altri provvedimenti dello stesso tenore (ultimo in ordine di tempo è la recente sentenza della Cassazione di Trento che riconosce, dopo un iter lungo 7 anni, l’obbligo di copertura della retta alberghiera di RSA al servizio sanitario pubblico).
E la politica tace o peggio, con un recente emendamento della Presidente della commissione Affari sociali e Sanità del senato (senatrice Cantù della Lega), propone un emendamento (modifiche art. 30 legge 27.12.1983 n. 730) non solo di negazione del valore di tali pronunciamenti della Cassazione ma bloccando di fatto “eventuali procedimenti giurisdizionali in essere alla data di entrata in vigore della legge” (proposta di blocco di qualsiasi efficacia delle sentenze). Su pressione delle Associazioni e delle opposizioni parlamentari poi questo emendamento è stato ritirato, ma questo la dice lunga sulla sensibilità della maggioranza al governo del paese su tali problematiche.
L’ Associazione Alzheimer Trento con una lettera del novembre 2019, inviata all’allora assessore alla salute della Provincia e al Ministro della salute, vista l’assoluto silenzio rispetto alle sentenze della Cassazione, sollecitava tali livelli di Governo ad affrontare tale problematicità evitando al cittadino di fare continui ricorsi contro le RSA assumendosi i costi un lungo e costoso procedimento legale senza alcuna certezza sul risultato finale.
In tale missiva veniva innanzitutto ricordato che la demenza di Alzheimer quale malattia cronico-degenerativa priva di cure, nel “progressivo sviluppo, dopo una prima fase, in cui prevalgono sintomi legati alla parziale perdita di memoria a breve termine, alla diminuzione delle capacità cognitive con disorientamento, ansia e possibile depressione (fase seguita principalmente a domicilio); segue una seconda fase con disorientamento spazio-temporale, disturbi del linguaggio, aprassia, disturbi del comportamento, agnosia per poi entrare nella così detta fase terminale in cui il quadro assistenziale si acutizza e la persona perde completamente la sua autosufficienza in tutte le attività legate alla quotidianità divenendo completamente dipendente sia per l’aiuto assistenziale che sanitario.
” La durata complessiva di tale forma di demenza varia dai 12 ai 14 anni circa. Oggi in provincia di Trento ci sono oltre 10 mila casi di demenza di cui circa il 60% sono Alzheimer a cui si aggiungono circa 8.500 persone con decadimento cognitivo. Se poi verifichiamo il dato rispetto alle Rsa trentine circa il 60% delle persone residenti soffrono di una qualche forma di demenza. Un quadro d’insieme quindi che non è possibile sottovalutare anche perché il fenomeno demenze legate all’invecchiamento e non solo è in continua crescita.
L’evoluzione della demenza di Alzheimer (come per altre forme di demenza) e le sue intrinseche caratteristiche non consentono di frammentare il decorso fra prestazioni delle RSA a prevalenza sociale o sanitaria perché ormai è riconosciuta l’inscindibilità delle stesse che rientrano, per loro natura, nell’ambito di prestazioni di lungodegenza. Conseguentemente anche il criterio stabilito dai Livelli Essenziali di Assistenziali (LEA) nel DPCM del lontano 2001 che stabilisce che i costi per la cura di anziani non autosufficienti siano ripartiti al 50% tra il Servizio Sanitario Nazionale e l’utente/Comune, va in qualche modo rivisto e aggiornato evitando così al cittadino i continui ricorsi ai tribunali nazionali. Va anche ricordato che in Trentino tale ripartizione, sulla base dei finanziamenti provinciali per l’anno in corso, risulta meno pesante per il cittadino pari a circa il 47% rispetto all’ onere assunto dalla sanità pubblica provinciale paria a circa il 53%.
Ciò nonostante la quota a carico dei familiari rimane comunque pesante (retta alberghiera media anno 2025 pari a 51,16 €/giorno). Il tema vero anche in Trentino sarebbe quello del superamento della retta uguale per tutte le patologie e i livelli di gravità presenti nelle nostre RSA per adottare una metodologia più equa, non più basata sul posto letto, bensì sulla valutazione dei livelli di gravità e conseguenti carichi assistenziali e sanitari. Si potrebbe avviare una sperimentazione che superi l’attuale rigidità del sistema per renderlo più rispondente ai bisogni di cura della persona non autosufficiente.
La strada più corretta e più equa, sostenuta dai nuovi approcci olistici e orientamenti in materia di non autosufficienza (vedi anche la recente legge n. 33/2023) sarebbe quindi quella di superare quella divisione netta del 50% dei costi RSA fra pubblico e cittadino per procedere alla definizione di una progressività dei costi a carico del SSN dal 50% sino al !00%, tenendo conto del livello di gravità e compromissione della salute della persona anziana. Tale ipotesi supererebbe di fatto la miriade di ricorsi del cittadino verso i tribunali per rivendicare un trattamento più giusto.
E’ ormai tempo di riconoscere alla persona non autosufficiente ospite delle RSA un trattamento sanitario e socio-sanitario rispettoso del diritto costituzionale alla salute e all’accesso alle cure. Una società che invecchia con il conseguente aumento delle cronicità, richiede una riflessione a tutto campo del nostro sistema di welfare. A quest’obbligo la politica non può più sottrarsi o nascondere la testa sotto la sabbia.
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Renzo Dori
Presidente Associazione Alzheimer Trento odv
