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LETTERE AL DIRETTORE

WALTER PRUNER * USA E OCCIDENTE: «CRISI DELLA LIBERALDEMOCRAZIA? VI È L’ASSENZA DI UN’ALTERNATIVA MODERATA, DI FRONTE ALL’AVANZATA DEL SOVRANISMO»

Scritto da
14.20 - lunedì 2 febbraio 2026

Gentile direttore Franceschi,

 

allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “l’Adige“ anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.

 

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Walter Pruner – Trento

 

L’impensabile è diventato pensabile, e adesso fattibile. Il bullo a stelle e strisce afferma che non gli interessa il diritto perché gli basta la sua morale e di altro non c’è bisogno; gli fa eco uno dei più illuminati della squadra di governo Meloni, l’ineffabile Tajani, per il quale il diritto vale fino ad un certo punto.

Una delle grandi sconfitte è oggi la liberaldemocrazia in crisi di identità ed energia. Essa ha nel nostro paese invero sempre faticato, trovando però alla fine delle vie ibride che le hanno consentito di resistere. La citata area liberale abdicò clamorosamente al ruolo contribuendo in maniera determinante a consegnare all’Italia un ventennio di tragedia. Nel dopoguerra trovò invece succedanee risposte rifugiandosi nel moderatismo centrista della balena bianca. La ritrovammo ben rappresentata nella iconica istantanea che il maestro di giornalismo Indro Montanelli le riservò con la famosa frase “Mi turerò il naso e voterò Democrazia Cristiana” in occasione delle elezioni politiche, nonostante l’avversione per il partito scudocrociato ma in assenza di credibile alternativa laico liberale.

Tentò, poi, il berlusconismo agli inizi degli anni ‘90 post tangentopoli ad attrarre quel mondo ed in qualche modo, pur se parzialmente, vi riuscì, trascinando all’interno del sogno italiano un’area moderata, di ex democristiani, cattolici conservatori, ambiziosa di contare senza sporcarsi troppo le mani. Oggi, nel 2026, quest’area presente nel paese reale, non trova attrattività in quello elettorale. E qui il punto merita un breve approfondimento.

Esaurito o irrilevante è lo spostamento oggi possibile all’interno dell’area votante. Da tempo essa surfa su onde elettorali orizzontali, pressoché stabili. La destra americana rappresentata dagli assassini delle forze ICE, che terrorizza le piazze, o quella che pretende i “pezzi di ghiaccio”groenlandesi, non ha forza seduttiva tra l’elettorato riflessivo, stufo, esasperato e purtroppo indivanato. In Italia, in tema di abbagli raramente manchiamo l’appuntamento, la destra impresentabile, doppio e triplo giochista, che flirta coi masnadieri della internazionale del qualunquemente scorretto, è parte viva di governo: impermeabile alla contaminazione con le istanze sociali reali del quotidiano.

Le elezioni prossime di primavera nella Ungheria di Orban, stanno in questo senso mostrando nuovamente la vera natura della destra nazionalista italiana. La premier Meloni e il vice Salvini hanno ufficialmente e pubblicamente aperto la campagna di appoggio alla democratura di Orban con un appello in suo sostegno. Con la funambola Meloni prima alleata del trapezista Trump in Europa, l’ormai traguardato Salvini ed il disarticolato Vannacci, hanno espresso totale appoggio Marine Le Pen, Santiago Abascal leader di Vox in Spagna, Geert Wilders, esponente radicale dell’estrema destra sovranista dei Paesi Bassi, Alice Weidel filo nazista di Alternative für Deutschland, il presidente argentino a doppia cittadinanza italiana Milei, il ricercato internazionale Netanyau.

Con questa compagnia di sovranisti dalle contrapposte scelte in tema di politica internazionale, ma uniti dal sacro vincolo nazionalista, autarchico, antieuropeista, ossessionata dalla fissa contro la magistratura e dallo smantellamento dello stato di diritto in favore di premierati ad esecutivo forte e privi di contrappesi, questi carnefici del diritto non hanno alcuna chance di scuotere dal torpore le anime rassegnate del moderatismo laico, progressista, liberale e conservatore che occorre rimotivare nel recupero di quote minime di sovranità culturali oggi finite nel pozzo nero del populismo indifferenziato. Da Helmut Kohl a Margaret Thatcher, da Ronald Reagan a Jacques Chirac, passando dai due presidenti Bush, i valori di questa destra nulla spartiscono con quanto sta cristallizzandosi attorno al trumpismo illiberale e ripugnante quotidianamente manifesto.
Reagan stesso avrebbe declinato oggi inviti col bullo della Casa Bianca.

In Trentino, qualche interessante, resistente azione di proposta e contrasto su cui investire si sta vedendo. Ma due almeno le briglie di contenimento sono invece saltate: l’una, quella civica, ha di fatto esaurito la sua localistica inerziale forza elettorale che se essere stata scappatoia o opzione politica virtuosa sarà la storia a dire. L’altra, l’autonomismo storico, abbandonato il cuore, era chiamato a scegliere, e lo ha fatto preferendo il camerierato alla politica.

Al globalismo della superficialità, cui non è esente la nostra terra, non si risponde con il melonismo, che tanto bene lo incardina. Gli alleati dei citati ceffi sono, in toto, complici politici del processo di saturazione pornografica di questa contemporaneità trumpiana. Mortificate le ambizioni partecipative al voto, tra queste macerie vagano, nel vuoto di scelte frustrate, potenzialità espressive di suffragio che occorre recuperare ad una declinazione democratica attiva. La parte giusta della storia, quella che oggi nell’urna e solo nell’urna è minoritaria, merita di essere salvaguardata, non tardivamente: una terra di civiltà morale, civica e culturale come il nostro, piccolo Trentino lo merita.

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