Gentile direttore Franceschi,
Abbiamo letto sull’Adige del 12 novembre che il sindaco di Castel Condino, Stefano Bagozzi, ha conferito la cittadinanza onoraria del suo comune al Reparto militare “Lupi di Toscana”, di stanza a Firenze.
Ciò in ossequio – dichiara il sindaco – ad “un legame forgiato dal sangue e dalla roccia” fra la comunità montana di Castel Condino ed i Lupi e per avere quest’ultimi scritto “pagine indelebili di eroismo e sacrificio proprio sulle vette che circondano la comunità”, con particolare riferimento al monte Melino, “un sacro altare della Patria”, oltre che per avere “reso possibile l’unità è la libertà di cui oggi godiamo”.
Il riferimento è chiaramente agli eventi bellici conseguenti alla dichiarazione di guerra da parte del Regno d’Italia all’Impero austro-ungarico, del maggio 1915, che diede il via all’invasione del Trentino/Tirolo meridionale.
Portando il massimo rispetto al suddetto Reparto militare “Lupi di Toscana”, relativamente al quale nulla abbiamo da eccepire, giova qui soffermarsi sul comportamento del sindaco di Castel Condino, della cui buona fede peraltro non intendiamo assolutamente dubitare, la cui retorica tuttavia continua nel solco, già lungamente tracciato, che conduce diritto ad oscurare il valore e la gloria dei soldati e Caduti trentino-tirolesi, ad offendere la memoria del popolo trentino-tirolese, a negare la verità dei fatti storici.
Quest’ultimi infatti stanno lì ad indicare, con chiarezza, che i 65.000 soldati ed i 12.500 Caduti del Trentino/Tirolo meridionale, nostri nonni, probabilmente anche del sindaco, combatterono e caddero per la loro secolare patria austriaca.
I fatti narrano anche che circa 12.000 Standschützen, milizie volontarie formate da uomini troppo giovani o troppo anziani per l’esercito regolare, impegnarono per mesi le truppe avanzanti lungo la linea del fronte, impedendo loro di penetrare in territorio tirolese: ciò avvenne proprio in quelle valli di confine, in quei paesi come Castel Condino, da parte degli avi degli attuali abitanti, forse anche da parte di qualche ascendente del sindaco.
Ed ancora i fatti narrano che proprio nelle zone di confine, come Castel Condino, i pochi civili rimasti, probabilmente anche qualche avo del sindaco, in quel fatidico mese di maggio del 1915 furono costretti a fare fagotto da un giorno all’altro, ad evacuare in zone protette ma molto lontane lasciando tutto, casa, campi ed animali, salendo prima su carri e poi su vagoni del treno per sfuggire ai colpi di cannone che, di lì a poco, avrebbero raso al suolo interi villaggi lungo la linea del fronte.
Tutto ciò in conseguenza di una guerra che nessuno di loro, ad eccezione di una sparuta minoranza di irredentisti, aveva voluto.
Detto questo, ci preme anche chiedere al signor sindaco come egli possa tener fede alle sue granitiche convinzioni sui sentimenti di appartenenza della sua gente e del popolo del Trentino/Tirolo meridionale, alla luce del fatto che 100.000 trentino-tirolesi, di cui chissà quanti anche di Castel Condino e, magari, avi del sindaco, qualche decennio dopo gli evocati eventi bellici della prima guerra mondiale, si unirono nell’ASAR per richiedere a gran voce un’”Autonomia regionale integrale, da Ala al Brennero”, su base identitaria: Autonomia, peraltro, che ancora oggi costituisce tratto distintivo della Provincia di Trento ed alle cui casse attingono tutte le amministrazioni comunali, ivi compresa, crediamo, quella di Castel Condino.
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Franco Beber – Presidente
Paolo Monti – Portavoce
