Gentile direttore Franceschi,
allego quanto pubblicato ieri sul quotidiano “l’Adige“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Paolo Piccoli
già Presidente del Consiglio comunale di Trento
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Confesso che seguo il dibattito di queste settimane sulla quotazione di Dolomiti Energia con un sentimento misto di preoccupazione e di stupore. La domanda che dovremmo porci non è se “possiamo permetterci di quotare Dolomiti Energia”, ma se “possiamo permetterci di non quotarla”. La quotazione non è una delle opzioni sul tavolo, è la condizione perché questa società resti in mani pubbliche ancora a lungo.
Provo a spiegare perché.
1. Una multiutility con circa ottocentomila clienti, in un mercato europeo dominato da gruppi che ne hanno decine di milioni, ha davanti a sé un orizzonte temporale finito. In un settore dove reti, accumuli, batterie, pompaggi e nuovi impianti rinnovabili richiedono investimenti nell’ordine dei miliardi, una società che resta chiusa è una società che investe meno e più lentamente dei concorrenti. E chi non investe, nel giro di pochi anni, diventa una preda. Per di più è già stato autorevolmente chiarito che la soluzione “in house” non è praticabile.
2. Mi torna in mente il vecchio monito di Bruno Kessler sul Trentino piccolo e solo, avvertimento che oggi suona attualissimo. Un territorio piccolo che pensa di tutelare la propria autonomia chiudendosi finisce per perderla davvero, perché le decisioni che contano si prenderanno altrove, su tavoli a cui non è stato invitato. Lo vediamo con A22, costretta ad aggregarsi per partecipare ai bandi sulle concessioni autostradali. Quotare Dolomiti Energia non è contro la tutela del territorio: ne è la forma adeguata ai tempi. È la mossa per restare a un tavolo dove altrimenti, fra qualche anno, non saremo più nemmeno convocati.
3. Trovo poi che molti commenti dimentichino, o fingano di dimenticare, un dato dirimente: il controllo resta pubblico. Provincia autonoma, Comune di Trento e Comune di Rovereto continuano a guidare la società. Sul mercato va una quota minoritaria, tra il 20 e il 25 per cento, con una parte riservata ai cittadini trentini, che potranno così partecipare ai dividendi. Quello che si aggiunge è l’accesso a capitali che oggi mancano e una disciplina più rigorosa di governance. Chiamare “privatizzazione” un’operazione di questo tipo significa fare confusione o voluta demagogia. Tutti sanno – ma molti fingono di non saperlo – che in una società decide chi detiene il 51%.
4. Sento ripetere che la quotazione “consegna Dolomiti Energia ai privati”, come se i privati fossero un’entità estranea, ostile, da tenere alla larga. Ma la verità è esattamente l’opposto: Dolomiti Energia esiste grazie anche ai privati. È nata nel 2001 anche dall’iniziativa di alcuni imprenditori che misero capitali propri al servizio di una visione industriale per il territorio quando nessuno lo faceva. Nell’ottobre 2004 nasceva La Finanziaria Trentina, che acquisiva il controllo di quella partecipazione del 20 per cento già in mano privata. Da quel nucleo, attraverso gli accordi con Edison ed Enel del 2007-2008 e la fusione con Trentino Servizi del 2009, è cresciuto il gruppo che oggi vale tre o quattro miliardi sul mercato. E ancora oggi nel capitale ci sono soggetti privati storici del territorio: FT Energia, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, l’Istituto Atesino di Sviluppo. Soci che hanno accompagnato il gruppo per vent’anni senza mai chiedere di scalzare il pubblico.
5. La politica trentina di ogni colore invoca quotidianamente la collaborazione pubblico-privato come motore di sviluppo: nelle infrastrutture, nella sanità, nella ricerca, nel turismo. Trovo allora poco serio che, applicata all’energia — dove ha già dato risultati concreti per due decenni — la stessa formula diventi improvvisamente un cedimento al “grande capitale”. O la collaborazione pubblico-privato è un obiettivo condiviso, e vale anche qui; o non lo è, e allora andrebbe abbandonata anche dove la si predica con più enfasi. L’unico criterio che davvero conta è che il controllo resti pubblico.
6. Il beneficio per il territorio sarebbe enorme: crescita degli investimenti per svariati miliardi; upgrading dell’ idroelettrico, investimenti nell’ eolico e fotovoltaico, stazioni di pompaggio; incremento significativo dei posti di lavoro, attrazione dei talenti locali laureati Università di Trento: ingegneri, fisici, economisti, laureati in legge; rientro di laureati trentini all’ estero; maggiore probabilità di rinnovo delle concessioni; enorme ricaduta sulle entrate della Pat e sui dividendi dei Comuni di Trento e Rovereto, utilizzati a beneficio dei cittadini.
7. Resta la questione del metodo. Le richieste di referendum, le commissioni d’inchiesta, gli appelli a non avere fretta hanno un nobile vestito procedurale. Ma temo che rischino di sostituire la discussione di merito con una discussione infinita, in cui ogni anno di rinvio è un anno regalato ai concorrenti. Le condizioni di mercato che oggi rendono possibile una valutazione di tre o quattro miliardi non sono permanenti: dipendono dai prezzi dell’energia, dalla scadenza delle concessioni non troppo ravvicinata, dall’interesse degli investitori istituzionali per le utility verdi. Aspettare per “riflettere meglio” può facilmente rinviare la decisione ad un momento in cui la società sarà ormai meno appetibile, meno indipendente, meno utile al territorio.
In vent’anni il Trentino ha costruito qualcosa che molte regioni italiane si sognano: una multiutility integrata, solida, capace di stare in piedi senza assistenza pubblica e di distribuire dividendi importanti ai soci. È un patrimonio costruito insieme — capitale pubblico e capitale privato, manager pubblici e imprenditori privati — in una di quelle alleanze sobrie che qui sappiamo fare bene. Quotarla, oggi, significa darle le gambe per camminare nei prossimi vent’anni. Non quotarla significa, semplicemente, lasciarla rimpicciolire fino a quando del suo destino non potremo più decidere noi. Era esattamente lo scenario contro cui ci metteva in guardia, con largo anticipo e lungimiranza, Bruno Kessler.
