Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “l’Adige“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Mariachiara Franzoia – Trento
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I recenti attacchi del Presidente degli Stati Uniti verso il Pontefice e subito dopo alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni— dalle critiche alla politica estera fino alle bizzarre ricostruzioni sui social — non possono essere archiviati come semplice folklore elettorale o eccesso caratteriale. C’è un punto di caduta, in questa vicenda, che riguarda direttamente il modo in cui intendo la politica e il rispetto delle istituzioni, a ogni livello.
Quello a cui assistiamo è il tentativo sistematico di trasformare il confronto, anche aspro, in umiliazione dell’interlocutore. Che si tratti della stampa, di un avversario politico o di un’autorità morale che richiama alla pace, lo schema non cambia: chi non si adegua alla narrazione del leader diventa un bersaglio.
Come rappresentanti nelle istituzioni, abbiamo il dovere di non assuefarci a questo metodo. Il rischio reale non è tanto la “normalizzazione” dell’insulto, che ormai è purtroppo assodata.
Quello che rischiamo veramente è di non riconoscere più l’altro come un interlocutore politico legittimo ma come un nemico da ridicolizzare, sbeffeggiare, distruggere.
Se accettiamo che la massima carica della principale democrazia occidentale possa utilizzare i social alle quattro di notte per deridere chiunque chieda di fermare i conflitti o chiunque cerchi di mettere qualche paletto alla sua delirante megalomania (sia essa in politica interna che estera), stiamo rinunciando ad almeno tre principi cardine della convivenza civile: il pluralismo, il limite ed il rispetto.
La risposta del Papa è stata di una sobrietà esemplare. Senza alzare i toni, ha riportato la discussione sul piano dei valori (che per i cristiani sono contenuti nel Vangelo), sottraendosi alla logica dello scontro. È una lezione di stile che dovremmo fare nostra: la politica non è l’occupazione muscolare di ogni spazio di discussione, ma la capacità di reggere il confronto con chi ci pone davanti a uno specchio critico.
Non è questione di schierarsi per fede, per simpatia o secondo logiche di partito, ma di riconoscere i segnali di un potere che non tollera più alcun contrappeso. Di fronte alla deriva del “tutto è permesso”, la lucidità e la fermezza nel richiamare al rispetto delle persone e dei ruoli restano l’unico argine possibile. Anche qui, nel nostro quotidiano impegno amministrativo.
