Egregio Direttore,
In un tempo in cui le parole sembrano contare più dei fatti, in cui la comunicazione vale spesso più della realtà che dovrebbe rappresentare, sento il bisogno – forse anche il dovere – di fermarmi e riflettere.
Riflettere su uno dei concetti più idolatrati del nostro tempo: l’inclusività. Il tema di cui scrivo, è diventato il nuovo feticcio ideologico di una certa sinistra salottiera, che pretende di ergersi a paladina dei diritti con l’aria di chi ha capito tutto. Ma sotto la superficie patinata, spesso c’è poco. Buone intenzioni riciclate, linguaggi inventati e una teatralità pseudo-progressista che serve più a chi la proclama che a chi dovrebbe beneficiarne.
Si inneggia al “linguaggio inclusivo”, ma si ignorano gli ostacoli concreti. Si moltiplicano simboli e sigle, ma si continuano a progettare spazi e servizi che escludono. Spesso, dunque, discutere di inclusività, induce all’errore. La s’invoca per dimostrare apertura ma si dimentica che una tale politica, costringe a ridurre la persona alla sua condizione, incasellarla, definirla per quello che le manca.
Nel tentativo – spesso goffo – di “non offendere”, si finisce per infantilizzare. Si nega autonomia, si impone protezione non richiesta. L’ideale dell’inclusione, pur nato da esigenze profonde e legittime, rischia così di essere ridotto a un esercizio di stile, più attento all’apparenza che alla sostanza.
E il paradosso? È che questa inclusività ideologica finisce per discriminare chi non si adegua. Non parli con la schwa? Non sai usare il pronome giusto? Sei fuori. Non importa quanto tu abbia da dire, da dare, da costruire. Una tale condotta, non cerca partecipazione, ma adesione cieca. Non integra, impone.
Così si genera una nuova esclusione, più subdola, più raffinata, ma non meno feroce: o ti pieghi al codice o sei automaticamente “contro”. È l’inclusione a senso unico, dove la libertà di pensiero è concessa solo se allineata. Dove si parla per le persone invece che con loro. Dove chi osa dissentire è subito bollato come retrogrado, ignorante, “non al passo coi tempi”.
L’ inclusività, così come viene praticata, non serve a cambiare le cose, ma a far sentire virtuosi coloro che ne parlano. È una liturgia autocelebrativa che ha perso completamente di vista la realtà: Si idolatra l’etichetta, si dimentica l’individuo.
È il momento di mettere da parte facili slogan e formule di comodo. L’inclusione non si fa con i manifesti o con gli hashtag, ma con il lavoro, con il pragmatismo, con il coraggio di guardare in faccia la realtà senza filtri ideologici.
Non costruiremo una società più giusta quando tutti useranno il linguaggio “giusto”, ma quando nessuno verrà lasciato indietro davvero. Quando non sarà più necessario etichettare per legittimare, differenziare per proteggere, fingere per non dispiacere. L’inclusione autentica non ha bisogno di passerelle, né di vocabolari rieducativi.
Il nostro compito non è adattarci al politicamente corretto, ma produrre soluzioni vere per problemi reali.
Includere significa rimuovere barriere, non costruire nuove gabbie con le parole. Significa restituire dignità senza spettacolarizzarla, integrare senza assorbire, accogliere senza rendere invisibili. Significa lavorare ogni giorno per una società che riconosca e protegga la dignità di ogni persona, non perché rappresenta una minoranza, ma perché è cittadino. E se non accettiamo di riconoscere questa differenza tra dire e fare, tra slogan e azioni, continueremo a discriminare nel nome dell’inclusione, lasciando indietro proprio quelli che ci illudiamo di voler aiutare.
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Luca Casagrande
Responsabile Provinciale Dipartimento Disabilità
Fratelli d’Italia Trentino
