(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’AgenziaOpinione) –
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Il Centro Studi Rinascimento Nazionale non interviene nelle vicende sportive della S.S. Lazio, né intende esprimere giudizi sulla gestione calcistica di Claudio Lotito. Interveniamo, invece, perché questo episodio costituisce un perfetto case study di una questione culturale e istituzionale molto più ampia: il corretto rapporto tra potere pubblico e iniziativa privata. È esattamente questo il compito di un centro studi: utilizzare fatti concreti per riflettere sui principi che devono reggere una democrazia liberale.
Lo dichiara Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.
Le dichiarazioni del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca rappresentano, a nostro giudizio, un pericoloso sconfinamento del ruolo istituzionale. Un presidente di Regione può occuparsi di infrastrutture, impiantistica sportiva, sicurezza, servizi pubblici e rapporti istituzionali. Non può invece utilizzare l’autorevolezza della propria carica per stabilire quale debba essere la “postura” di una società privata, come debba comunicare, quale organizzazione debba avere o come il suo proprietario debba esercitare i propri diritti.
Per noi questo episodio va oltre la Lazio. Oggi il bersaglio è Claudio Lotito. Domani potrebbe essere un imprenditore, un editore, una banca, un’azienda industriale o qualunque altra realtà privata che non incontra il favore del potere politico. È proprio così che, quasi sempre in buona fede, lo Stato tende progressivamente ad allargare i propri confini.
Il Centro Studi Rinascimento Nazionale sostiene invece un principio opposto: lo Stato deve essere forte dove gli compete ed essere assente dove non gli compete. Forte nel garantire sicurezza, giustizia, infrastrutture, legalità e rispetto delle regole. Ma altrettanto capace di ritirarsi quando entra nel terreno delle libere scelte imprenditoriali e della proprietà privata.
Rocca afferma di non mettere in discussione il diritto di proprietà di Lotito. Tuttavia, subito dopo, pretende di indicare alla società quale debba essere la sua struttura, la sua comunicazione e perfino la sua “postura”. È una contraddizione evidente. Il diritto di proprietà non si svuota soltanto attraverso gli espropri o nuove tasse: si svuota anche quando il potere politico ritiene di poter indirizzare moralmente e pubblicamente le decisioni di un’impresa privata.
Neppure il richiamo alla quotazione in Borsa modifica il quadro. Una società quotata risponde alle leggi, agli azionisti, al mercato e alle autorità indipendenti di vigilanza. Non nasce, per questo, un potere di indirizzo del presidente della Regione. Anzi, proprio perché la società è quotata, un’autorità politica dovrebbe usare ancora maggiore prudenza nelle proprie esternazioni.
I tifosi hanno tutto il diritto di contestare la proprietà, manifestare, protestare e chiedere risultati migliori. Ma il consenso popolare non costituisce un titolo di proprietà. La passione calcistica non trasforma le istituzioni in arbitri della governance aziendale.
Un presidente della Regione può favorire il dialogo, mettere a disposizione sedi istituzionali di confronto, lavorare sullo stadio e sulle infrastrutture. Non può diventare il protagonista di una delle parti in conflitto, utilizzando il prestigio della funzione pubblica per esercitare una pressione politica sul proprietario di una società privata.
Il caso Rocca-Lotito è quindi interessante non per ciò che dice sulla Lazio, ma per ciò che dice sul rapporto fra libertà e potere. È da episodi apparentemente circoscritti che si comprende la cultura politica di un Paese.
Noi crediamo che il potere pubblico debba conoscere i propri limiti. Le istituzioni acquistano autorevolezza quando rispettano rigorosamente i confini delle proprie competenze, non quando li oltrepassano.
Il Centro Studi Rinascimento Nazionale continuerà a difendere questo principio in ogni ambito, indipendentemente dalle persone coinvolte e dal loro colore politico. Oggi riguarda Claudio Lotito; domani riguarderà chiunque altro. Perché la libertà economica, il diritto di proprietà e la rigorosa delimitazione del potere pubblico non sono privilegi di qualcuno: sono pilastri dello Stato di diritto.
