Di Luca Franceschi
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Entra in vigore oggi in Cina la legge per la “Promozione dell’unità etnica”, mediante la quale il Partito Comunista Cinese intende rafforzare la coesione sociale e lo sviluppo economico. Tuttavia, attivisti per i diritti umani, istituzioni e organizzazioni internazionali la interpretano come la definitiva codificazione di una politica di assimilazione forzata. Le autorità di Pechino sostengono che il provvedimento promuove il mandarino come lingua standard per favorire l’unità nazionale e gli scambi economici, ma l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha dichiarato il 15 giugno scorso: “Chiedo che la legge venga abrogata e che queste pratiche cessino”.
Nel mese di aprile, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che “esorta la Cina ad abrogare tale legge e a rispettare pertanto i suoi obblighi a norma del diritto internazionale in materia di non discriminazione e di protezione e promozione delle minoranze etniche e religiose”.
La finalità di questa normativa è tutt’altro che nobile e pacifica. Si tratta dell’unità uniformante e distruttiva dell’assimilazione culturale forzata decisa dal Partito Comunista Cinese, che tutto conforma e tutto appiattisce. Non corrisponde al patriottismo fondato sui valori di libertà e nazione, né all’unità dei popoli nel rispetto delle tradizioni, e nemmeno all’unità linguistica che le differenti realtà linguistiche meritano di preservare.
Sotto il pretesto dell’unità nazionale, questa legge mira allo sradicamento graduale e sistematico di lingue e tradizioni che non appartengono all’etnia dominante degli Han. Le identità tibetana, uigura e mongola risultano le più colpite da questa politica discriminatoria. Si configura come un grave pericolo che i tibetani denunciano da sempre, parlando del genocidio culturale perpetrato contro di loro da parte di Pechino. Tale minaccia si è manifestata particolarmente negli ultimi anni attraverso il sistema delle scuole residenziali, con cui le autorità di Pechino hanno separato circa un milione di bambini tibetani dalle proprie famiglie.
La legge sulla “Promozione dell’unità etnica” costituisce un attacco diretto ai diritti umani fondamentali e alle minoranze etniche, presentato con la retorica di Stato del Partito Comunista Cinese. A ciò si aggiunge una portata transnazionale particolarmente preoccupante. Il testo prevede infatti la possibilità di perseguire individui e organizzazioni al di fuori dei confini cinesi accusati di attività che minino l’unità etnica o che incitino al separatismo.
Secondo quanto dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione Politiche Ue di Palazzo Madama, il provvedimento rappresenta una chiara violazione dei principi internazionali di tutela dei diritti delle minoranze.
