Di Luca Franceschi
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Nell’autunno del 2020, la scienza e la politica italiana presero una decisione che continua a suscitare polemiche: rifiutarono una donazione di diecimila dosi di anticorpi monoclonali per il trattamento del Covid. La proposta proveniva dalla casa farmaceutica Lilly, che aveva offerto alla nazione questi strumenti terapeutici in una fase critica dell’emergenza sanitaria.
A distanza di pochi mesi da questo rifiuto, tuttavia, lo Stato italiano decise di acquisire delle quote in una società farmaceutica operante nello stesso settore della Lilly, investendo quindici milioni di euro. Questa circostanza ha alimentato sospetti sulla coerenza delle scelte governative durante la pandemia.
Le evidenze di questa vicenda emergono dalla corrispondenza per posta elettronica scambiata tra gli scienziati che ricoprivano posizioni di rilievo nel Comitato tecnico scientifico, in Aifa, presso il Ministero della Salute e all’Istituto Spallanzani. Secondo quanto riportato, le riserve sollevate da un singolo ricercatore nei confronti dei monoclonali troverebbero scarso riscontro nei dati scientifici disponibili. Lo studio di fase 3 condotto dalla Lilly su pazienti ad alto rischio dimostrerebbe infatti una riduzione del tasso di ospedalizzazione superiore al novanta per cento.
Questa contraddizione porta a una conclusione inquietante: il governo dell’epoca riteneva che le terapie a base di monoclonali non fossero utili, eppure procedeva contemporaneamente all’acquisto di quote in un’azienda farmaceutica concorrente e all’acquisizione di dosi dello stesso farmaco a mille euro ciascuna.
Fratelli d’Italia ha assunto l’impegno di sottoporre a scrutinio ogni decisione assunta durante la gestione dell’emergenza da parte degli scienziati, dei politici e dell’apparato amministrativo. Se è possibile giustificare una certa impreparazione durante la prima ondata del virus, la situazione risulta diversa per quanto riguarda la seconda ondata, quando le informazioni disponibili erano già consolidate. Sulla base della documentazione acquisita relativa agli scambi di messaggi di quel periodo, la commissione d’inchiesta Covid prosegue l’audizione di coloro che hanno assunto responsabilità nella gestione della pandemia tra il 2020 e il 2022.
Nel corso di una recente testimonianza, il professor Giovanni Rezza ha confermato la sua posizione favorevole all’utilizzo dei monoclonali, dichiarando che “in quel momento non avevamo altro”. Questa ammissione potrebbe configurare un nuovo caso di gestione discrezionale e opportunistica delle risorse pubbliche. La determinazione è quella di proseguire l’indagine fino alle sue conclusioni per onorare l’impegno assunto verso i cittadini italiani.
