Di Luca Franceschi
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Il rapporto di Reporters Sans Frontières mette in luce una situazione che l’esecutivo continua a sottovalutare: l’Italia precipita ulteriormente nella classifica mondiale dedicata alla libertà di stampa, attestandosi al 56° posto. Il dato è particolarmente allarmante considerando la perdita di sette posizioni registrata nell’ultimo anno e di 15 posizioni rispetto al 2023. Un declino che rappresenta il sintomo di una nazione che regredisce sul versante dei diritti e delle libertà fondamentali, una responsabilità che ricade anche sull’amministrazione guidata da Giorgia Meloni.
Da tempo viene segnalata la contrazione degli spazi democratici, le pressioni esercitate nei confronti dell’informazione e gli attacchi rivolti alla categoria giornalistica, compresi gli episodi legati all’utilizzo di spyware. A questi fenomeni si aggiungono le minacce provenienti dalle organizzazioni mafiose e l’abuso di querele infondati. Eppure l’attuale governo persiste negli ostacoli frapposti all’esercizio della professione giornalistica, rifiutandosi di recepire il Media Freedom Act e la direttiva anti-Slapp emanati dall’Unione Europea.
La questione che emerge trascende le mere classificazioni internazionali: al centro vi è la tenuta stessa della democrazia. Ogni posizione persa nella graduatoria corrisponde a una frazione di libertà sottratta ai cittadini, un patrimonio irrinunciabile per qualsiasi sistema democratico che intenda definirsi tale.
