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ALLEANZA CONTRO LA POVERTÀ * DATI EUROSTAT: «ITALIA NELLA PARTE BASSA DELLA CLASSIFICA (VALORE MEDIO 4,5%) / CALABRIA A 24,9% (UNA DELLE PEGGIORI REGIONI UE), TRENTINO-ALTO ADIGE TRA LE MIGLIORI»

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17.28 - giovedì 5 febbraio 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Qui la registrazione video dell’evento

Qui il rapporto integrale

 

Le povertà, quello che i dati non dicono: istituzioni, associazioni, studiosi e giornalisti a confronto. La povertà in Italia “non è un’emergenza, ma un problema strutturale, trasversale, complesso e plurale, che i dati Istat non bastano a fotografare”. Così Antonio Russo, portavoce nazionale di Alleanza contro la povertà, ha aperto oggi la presentazione del rapporto “L’Italia delle povertà”, realizzato dall’Alleanza contro la povertà insieme a Iref. L’incontro, a Roma, ha riunito studiosi, rappresentanti istituzionali, amministratori locali e operatori dell’informazione, in un confronto sui numeri e sulle analisi che vuole offrire “spunti e indicazioni per la migliore efficacia delle politiche, attualmente inadeguate”, ha aggiunto Russo.

“Questo rapporto è in continuità con il lavoro svolto in questi mesi – ha ricordato Russo – con l’obiettivo di studiare la povertà, le sue cause e le sue ricadute, e di monitorare l’efficacia delle politiche di contrasto”.

 

Non una povertà, ma molte povertà
Dal rapporto emerge con chiarezza che “non esiste la povertà, ma le povertà. E l’area della quasi-povertà si è ampliata e si assiste a una progressiva normalizzazione della povertà stessa, che entra nella vita quotidiana senza manifestarsi come marginalità estrema”, ha osservato ancora Russo.

“La povertà è un processo, non uno stato – è stato sottolineato – ed è il prodotto di condizioni che non sono mai state realmente prese in carico. Oggi è sempre più difficile riscattarsi da una condizione di povertà relativa o assoluta”.

In tale contesto, le misure statistiche, “pur necessarie, non riescono a fotografare tutti i volti della povertà, mentre le politiche di contrasto faticano a essere implementate, come dimostrano le difficoltà nel passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione e al Supporto per la formazione e il lavoro. Anche il racconto pubblico della povertà condiziona fortemente le politiche e per questo abbiamo incluso nel rapporto un capitolo dedicato proprio a questo”, ha evidenziato.

 

I poveri della porta accanto
La povertà, negli ultimi tempi, si è profondamente trasformata, andando a colpire fasce della popolazione per così dire “insospettabili”. Su questo soprattutto si è soffermato Remo Siza, membro del Comitato Tecnico di Alleanza contro la povertà in Italia e tra gli autori del rapporto. “C’è stata una modifica profonda dei profili sociali delle persone in povertà, che oggi non colpisce solo persone disoccupate o senza dimora. Oggi – ha spiegato – circa l’80% della popolazione vive condizioni economiche accettabili o in crescita, mentre il restante 20% ruota intorno alla povertà, anche se le statistiche ufficiali non collocano questa fascia tra i ‘poveri’”. All’interno di quest’area, dunque, “c’è un mondo di povertà non ufficiale, fatto di deprivazione e ristrettezze economiche, che spesso non emerge dalle statistiche”.

 

Povertà invisibile e povertà minorile
Tra i principali fattori di impoverimento, Siza ha indicato “bassi salari, instabilità lavorativa, lavori intermittenti”. In tutto ciò, c’è un elemento che preoccupa: “La povertà oggi riesce a nascondersi, perché non coincide con l’esclusione sociale. Tutti siamo nelle condizioni di partecipare alla vita sociale, per esempio attraverso i social, anche chi è in condizione di povertà, che così diventa invisibile. Io non saprei dire quanti nel mio palazzo siano in grave difficoltà, ma non posso escludere che ce ne siano”, ha detto.

 

Preoccupa anche l’aumento della povertà minorile, che “ha raggiunto nel 2024 il valore massimo almeno degli ultimi 10 anni. Non solo: la nascita di un figlio incrementa di quattro punti percentuali il rischio di povertà, con un’incidenza dell’8% tra i minori italiani e del 40% tra quelli stranieri”.

 

Oltre i limiti delle statistiche
Sull’insufficienza delle statistiche ufficiali si è soffermato Gianfranco Zucca, ricercatore Iref. “Il rapporto propone un uso più articolato degli indicatori – ha detto – I tredici indicatori di base non sono sufficienti: per esempio, si può razionare il cibo e non risultare poveri, oppure si può essere poveri e non razionare il cibo”.

Anche il nesso tra affitto e povertà può essere fuorviante: “Istat, Caritas e Inapp sono concordi nell’evidenziare il nesso tra povertà e locazione, il che vuol dire che chi ha casa di proprietà non è povero. Ma anche questo non è vero: nel rapporto riportiamo dati su famiglie proprietarie di casa ma in condizione di quasi-povertà, perché magari l’immobile che possiedono è un vecchio casolare di poco valore”, ha detto ancora Zucca.

Un altro dato fuorviante riguarda la sostituzione dei cosiddetti beni durevoli: “La percentuale di persone che non riescono a sostituirli è diminuita, ma questo non significa che queste persone non siano povere. Quante di queste, per sostituire quel bene, si sono indebitate? Tante, visto che la percentuale di famiglie indebitate per credito al consumo è cresciuta, grazie anche al meccanismo del ‘buy now, pay later’, in cui spesso sono richieste pochissime garanzie”, ha detto ancora Zucca. Tutte analisi, queste, che il rapporto contiene, allo scopo di restituire una fotografia più esatta della povertà e quindi politiche più adeguate ed efficaci.

 

Le raccomandazioni
Le proposte e le raccomandazioni di Alleanza contro la povertà, alla luce di quanto rivelato dai dati e dalle analisi, sono state sintetizzate dalle ricercatrici Franca Maino e Chiara Agostini. “Adi e Sfl non bastano: hanno durata limitata e importi insufficienti”, hanno evidenziato. “Serve un reddito minimo e il superamento delle logiche categoriali e della concezione work-oriented, che trasforma il lavoro in un adempimento obbligatorio. Servono formazione, orientamento e politiche sociali”.

Tra le raccomandazioni, dunque, “superare la frammentazione istituzionale”, istituire “una cabina di regia permanente”, “rafforzare i servizi sociali e per il lavoro”, investire in formazione e “costruire sistemi di monitoraggio e valutazione capaci di generare apprendimento. Se la povertà è, come appare evidente, un fenomeno multidimensionale, anche le politiche e le misure di contrasto devono esserlo, nell’ambito di una governance che deve essere plurale”.

 

Dalle analisi alle politiche. Enti locali e territori
Alla presentazione del rapporto ha fatto seguito il tavolo con i rappresentanti delle istituzioni e degli enti locali: tutti hanno assicurato che utilizzeranno il rapporto di Alleanza contro la povertà e Iref come strumento di analisi e di lavoro nell’implementazione e nell’arricchimento delle politiche.

Pasqualina Straface, coordinatrice della Commissione Politiche Sociali della Conferenza delle Regioni e Assessora all’Inclusione sociale, Sussidiarietà e Welfare della Regione Calabria, ha ricordato che “il quadro normativo è chiaro, ma ciò che la norma prevede spesso non viene attuato nei servizi, perché mancano interoperabilità, coordinamento e integrazione reale tra i settori”. “Accanto al beneficio economico, è indispensabile un percorso personalizzato e multilivello. Solo così la povertà potrà uscire da una logica emergenziale ed essere affrontata come fenomeno strutturale”.

Barbara Funari, Assessora alle Politiche Sociali di Roma Capitale, ha testimoniato che “i servizi sociali intercettano la povertà assoluta, ma non la fascia dei quasi poveri. Queste persone non si rivolgono ai servizi, anche perché sanno che i servizi non hanno molto da offrire loro. Per questo, si rivolgono spesso al terzo settore, prima ancora che ai servizi. E già su questo bisognerebbe riflettere e lavorare, mettendo a punto nuovi strumenti”, ha detto.

Uno sguardo più ampio e approfondito della povertà, sia dal punto di vista dell’analisi che delle politiche, è stato suggerito da Natale Forlani, Presidente Inapp e del Comitato scientifico per la valutazione delle misure di contrasto alla povertà, il quale ha innanzitutto riconosciuto il valore del lavoro di ricerca svolto da Alleanza contro la povertà e Iref, “per la ricchezza di spunti che ci consente di avere un patrimonio di valutazioni meno autoreferenziali”. Ha poi evidenziato che la povertà non si possa affrontare “solo con misure di contrasto alla povertà e interventi economici, ma richieda di agire a livello preventivo su temi come le migrazioni, le disparità di genere, le pensioni. Su questo si è fatto poco finora, ma è l’unico modo per dare una risposta efficace alle povertà”.

 

Raccontare la povertà, difficile ma non impossibile
L’ultima parte della mattinata è stata dedicata al tema della comunicazione, con la presentazione di Cecilia Spaccadenti, ricercatrice Iref, e il confronto tra tre giornalisti.

Stefano Arduini, direttore di Vita, ha riferito che “quando si parla di povertà, il racconto tende a polarizzarsi, a scapito della complessità. Questo perché il modello della comunicazione è guidato dagli algoritmi: se sei troppo complesso, non sei capito e vieni penalizzato”.

Eppure, “la sfida è proprio questa: rendere ‘pop’ la complessità. Come si fa? Una risposta unica non esiste, ma bisogna provarci. Un modo può essere quello di leggerla dentro i fatti che accadono, come nel caso di Ponticelli, che chiaramente chiama in causa la povertà”.

Sul ruolo dell’informazione è intervenuto anche Luca Mazza, vice caporedattore di Avvenire: “Dare voce a chi non ha voce – ha detto – significa ribaltare le priorità: parlare di carcere, di scuola e di segregazione scolastica, di crisi demografica, di migrazioni e politiche europee, di guerre dimenticate, ma anche di lavoro e di distribuzione commerciale. La sfida non è scegliere tra numeri e storie – ha sottolineato – ma trovare un modo efficace e attrattivo per raccontare la povertà senza cancellarne la complessità”.

Infine Ivano Maiorella, direttore di Giornale Radio Sociale, ha richiamato la responsabilità e i limiti del lavoro giornalistico: “Comunicare la povertà significa comunicare un contesto che fatica a entrare nell’agenda. Ma il giornalista ha sempre due monete in tasca: la verità dell’editore e la propria verità. Le scelte sono individuali. La povertà è difficile da impaginare – ha aggiunto – ma microfoni e telecamere devono andare dentro i crepacci”.

Il confronto si è chiuso con una consapevolezza condivisa: “Siamo molto contenti di questo lavoro e continueremo su questa strada. Come Alleanza contro la povertà, continueremo a portare queste analisi sui tavoli delle istituzioni e degli enti locali, avanzando proposte e contribuendo a un dibattito pubblico più consapevole, capace di rendere visibile ciò che oggi resta troppo spesso invisibile”.

 

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L’ITALIA DELLE POVERTÀ

Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media

 

Executive summary

 

 

Il Rapporto sulle povertà in Italia

 

Il Rapporto propone una lettura articolata e multidimensionale delle povertà in Italia, con l’obiettivo di superare una rappresentazione riduttiva del fenomeno come condizione marginale, emergenziale o riconducibile esclusivamente a carenze individuali. La povertà viene analizzata come processo sociale e relazionale, radicato nelle trasformazioni strutturali del mercato del lavoro, nei mutamenti delle relazioni familiari, nelle disuguaglianze territoriali e nelle modalità con cui politiche pubbliche, strumenti statistici e narrazioni mediatiche contribuiscono a definirne i confini di visibilità.

Il Rapporto integra prospettive teoriche, analisi statistiche, valutazioni delle politiche e studio delle rappresentazioni pubbliche, mostrando come le povertà contemporanee attraversino ormai ampi segmenti della popolazione e assumano forme spesso poco riconoscibili, ma persistenti, collocate nella “normalità” delle relazioni quotidiane.

 

La stratificazione delle povertà e i limiti delle misurazioni

 

Uno dei principali risultati della ricerca riguarda la crescente stratificazione delle condizioni di povertà. Accanto alle famiglie ufficialmente classificate come povere (10,9% nel 2024), emerge un’area ampia e strutturalmente fragile di famiglie quasi povere e appena povere. Secondo i dati Istat, nel 2024 l’8,2% delle famiglie italiane si colloca appena sopra la soglia di povertà relativa, mentre circa il 6% vive appena al di sotto. Nel complesso, quasi il 20% delle famiglie gravita stabilmente attorno alla linea di povertà, esposta a un rischio costante di cadute improvvise legate a eventi ordinari della vita. Una percentuale che è stabile da quindici anni.

Queste condizioni intermedie sono solo parzialmente intercettate dagli strumenti statistici correnti. L’analisi critica dell’indagine Eu-Silc e degli indicatori europei di deprivazione materiale e sociale evidenzia come le misure standard siano indispensabili per stimare l’ampiezza del fenomeno, ma allo stesso tempo selezionino ciò che è osservabile, lasciando in ombra dimensioni centrali dell’esperienza della povertà: la sua durata, la sua intensità differenziata, il peso delle relazioni familiari, il costo nascosto della deprivazione e le “zone grigie” tra autosufficienza e bisogno.

La povertà non emerge, dunque, come una condizione omogenea, ma come un continuum di situazioni che vanno dalla grave deprivazione all’insicurezza economica cronica. Gli indicatori non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscano a costruirla, influenzando ciò che viene riconosciuto come povertà e ciò che resta statisticamente e politicamente invisibile.

 

Normalizzazione e invisibilità delle povertà

Il Rapporto evidenzia come molte forme di povertà non coincidano più con l’esclusione sociale in senso classico. Una parte rilevante delle persone a basso reddito lavora, partecipa alla vita sociale e mantiene reti relazionali attive. Tuttavia, questa integrazione è fragile e instabile. Le analisi mostrano un processo di normalizzazione della povertà, che tende a diventare parte ordinaria della vita quotidiana e a perdere riconoscibilità pubblica. Un secondo risultato centrale riguarda il progressivo scollamento tra inserimento lavorativo e inclusione sociale. Nel 2024, oltre il 10% degli occupati in Italia è a rischio di povertà, pari a circa 2,3–2,4 milioni di persone, un valore superiore alla media europea. Il lavoro non garantisce più automaticamente un reddito sufficiente a sostenere una vita dignitosa.

I dati sui salari reali confermano questa tendenza: tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha registrato il calo più marcato tra le principali economie OCSE (–7,5%). L’incidenza della povertà è particolarmente elevata tra le famiglie con persona di riferimento operaio (15,6%) e tra i lavoratori indipendenti più deboli. Le evidenze raccolte dalle reti associative mostrano un cambiamento nel profilo delle persone che chiedono aiuto: crescono i lavoratori poveri e diminuisce, in proporzione, la presenza di soggetti completamente esclusi dal mercato del lavoro.

 

Famiglie, minori e squilibri generazionali

Il Rapporto mette in luce come l’Italia sia diventata un paese strutturalmente sfavorevole per le famiglie giovani con figli. Nel 2024 la povertà assoluta dei minori ha raggiunto il valore più alto dal 2014: oltre 1,29 milioni di bambini e ragazzi vivono in famiglie povere. La nascita di un figlio incrementa significativamente il rischio di povertà, molto più che nella media europea.

Questi dati non restituiscano pienamente la complessità delle condizioni vissute dalle famiglie: la compressione delle spese alimentari, il peso dei costi per la casa e l’energia emergono solo parzialmente nelle statistiche, ma incidono profondamente sulla qualità della vita e sulle traiettorie future dei minori.

 

La selettività istituzionale delle politiche

L’analisi dell’implementazione di ADI e SFL (Cap. 3) evidenza le criticità strutturali che indeboliscono l’efficacia di queste misure nel rispondere agli obiettivi di contrasto alla povertà e promozione dell’inclusione. Nello specifico, tale analisi mette in luce la discrepanza tra l’impianto formale di ADI e SFL e le condizioni reali delle persone, così come tra il disegno normativo e l’attuazione nei territori, che rimane fortemente differenziata. Le evidenze raccolte suggeriscono la necessità di un ripensamento del disegno e dell’implementazione delle due misure, ponendo al centro la qualità dei servizi, la coerenza tra strumenti e obiettivi, la capacità di presa in carico personalizzata e la governance multilivello.

Le politiche, come gli indicatori, selezionano ciò che è riconosciuto come bisogno, lasciando scoperte ampie aree di vulnerabilità diffusa.

Il ruolo del terzo settore emerge come sempre più centrale nel sostenere le persone in difficoltà, ma anche come segnale di una crescente esternalizzazione della gestione delle povertà, soprattutto nei casi più complessi e persistenti.

 

Povertà e costruzione del discorso pubblico

Infine, il Rapporto mostra come la povertà sia anche un oggetto narrativo (Cap. 4). I media contribuiscono, nello specifico i giornali quotidiani, contribuisce  a costruire cornici interpretative che enfatizzano l’emergenza e la quantificazione, spesso a scapito della comprensione dei processi strutturali. Emerge come misurazioni, politiche e narrazioni concorrano a definire chi è riconosciuto come povero e chi rimane privo di voce pubblica.

 

L’Italia delle povertà

Nel loro insieme, i risultati indicano che la povertà in Italia non è un fenomeno residuale né transitorio, ma una condizione strutturale, stratificata e relazionale, che si riproduce nel tempo. Contrastarla richiede non solo risorse economiche, ma una revisione profonda delle modalità con cui la società misura, governa e racconta le povertà. Questo Rapporto intende contribuire a una discussione pubblica più consapevole e a politiche sociali più capaci di intercettare la realtà delle vite concrete.

 

Nota editoriale

Il Rapporto è stato realizzato da un gruppo di lavoro composto da Chiara Agostini, Cecilia Ficcadenti, Rosangela Lodigiani, Franca Maino, Remo Siza, Leonardo Piromalli, Paola Villa, Gianfranco

 

 

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Punti chiave del Rapporto sulle povertà in Italia

 

 

La povertà non è un’emergenza: è un fenomeno strutturale

 

Il rapporto mostra con chiarezza che la povertà in Italia non è un incidente temporaneo, ma una condizione strutturale che attraversa territori, biografie e generazioni. Non cresce solo nei momenti di crisi, ma tende a stabilizzarsi e a riprodursi, soprattutto quando le politiche sono discontinue o frammentate.

 

Non esiste “la” povertà: esistono molte povertà

 

Il volume invita a superare una visione omogenea del fenomeno. Accanto alle povertà estreme convivono povertà meno visibili, sfumate, intermedie, che coinvolgono famiglie che lavorano, giovani coppie, anziani, persone formalmente integrate ma materialmente fragili.

 

L’area dei “quasi poveri” è ampia e politicamente decisiva

 

Un dato cruciale: oltre il 14% delle famiglie si colloca attorno alla soglia di povertà, tra “quasi poveri” e “appena poveri”. È una fascia sociale numericamente rilevante, esposta a continui rischi di caduta, largamente esclusa dal dibattito pubblico e spesso dalle politiche.

 

La povertà si normalizza e diventa invisibile

 

Una delle tesi più forti del rapporto è la normalizzazione della povertà: molte forme di deprivazione entrano nella quotidianità, si mimetizzano nei consumi, nelle relazioni, negli stili di vita. Questo le rende meno riconoscibili, meno scandalose, e quindi meno politicamente urgenti.

 

Lavorare non basta più per uscire dalla povertà

 

Il rapporto documenta il divario crescente tra inserimento lavorativo e inclusione sociale. Il lavoro, sempre più spesso, non garantisce redditi adeguati, stabilità, accesso ai diritti. La figura del working poor non è un’eccezione, ma una componente strutturale del mercato del lavoro italiano.

 

Le famiglie con figli e i giovani pagano il prezzo più alto

 

L’Italia emerge come un Paese ostile alle giovani famiglie con figli: costi dell’abitare, precarietà lavorativa, carenza di servizi rendono la povertà un rischio elevato e persistente. Questo ha effetti di lungo periodo su disuguaglianze, natalità e coesione sociale.

 

La povertà è un processo, non uno stato

 

Il volume insiste su una lettura dinamica e biografica: si entra e si resta poveri attraverso eventi, transizioni, rotture. Guardare solo agli “stock” di poveri significa perdere di vista le traiettorie, e quindi le possibilità di prevenzione.

 

Indicatori e statistiche sono necessari, ma non neutrali

 

Il capitolo metodologico mostra che le misure statistiche rendono visibili alcune dimensioni e ne oscurano altre. Gli indicatori non fotografano semplicemente la realtà: contribuiscono a definirla, influenzando chi viene riconosciuto come povero e chi resta fuori dal campo delle politiche.

 

Le politiche di contrasto faticano sull’implementazione

 

L’analisi di ADI e SFL evidenzia criticità operative, discontinuità territoriali, rigidità amministrative. Il problema non è solo il disegno delle misure, ma la loro capacità di intercettare biografie fragili e di funzionare nei contesti reali dei servizi.

 

Il racconto pubblico della povertà condiziona le politiche

 

Il rapporto mostra come i media contribuiscano a costruire una narrazione fatta di numeri, emergenze e moralizzazione. Questo racconto alimenta paura, stigma e politiche “fantasma”, invece di sostenere una visione di lungo periodo fondata su diritti e responsabilità collettive.

 

 

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