PAT - LA RICERCA IN TRENTINO

- ARTE SELLA -

Nel video gli interventi di:
MAURIZIO FUGATTI (presidente Provincia autonoma di Trento)
ACHILLE SPINELLI (assessore  Sviluppo economico, ricerca e lavoro)
FRANCESCO PROFUMO (presidente Fbk)
ANDREA SEGRÉ (presidente Fem)

Trentini internati ad Isernia, una ferita aperta da troppo tempo e che è ora di rimarginare. Nell’ambito del “Viaggio della memoria”, che si sta svolgendo in questi giorni per ricordare i 498 soldati trentini internati in terra molisana dopo la fine della prima guerra mondiale, il Presidente del Consiglio provinciale è intervenuto nella gremitissima sala dell’auditorium dell’ex Seminario di Isernia alla cerimonia di apertura dell’iniziativa organizzata dalla Federazione Schuetzen del Welschtirol, in collaborazione con il Comune di Isernia. Oltre 200 i trentini arrivati fin qui, a cent’anni di distanza, per richiamare la memoria su una storia scomoda che ha lasciato un segno profondo nella comunità trentina.

“Il nostro compito di trentini del Duemila” ha detto il Presidente ” è di rispettare fino in fondo la complessità della nostra storia e di riconoscere dignità e rispetto a tutti coloro che hanno creduto e che hanno sofferto. Onore allora a quelle centinaia di poveri soldati del Trentino orientale, che a guerra finita – dopo anni di patimenti, lontanissimo da casa – vennero radunati in Primiero e di qui avviati verso un’assurda prigionia fuori tempo massimo, in terra molisana”. Il Presidente ha definito poi le guerre, tutte le guerre “una clamorosa sconfitta della ragione” e le cerimonie come questa “un inno alla concordia tra i popoli e alla pace”. Il capo dell’assemblea legislativa trentina ha poi ringraziato i Welschtiroler ai quali si deve questo bellissimo viaggio, un associazionismo molto particolare, tuttora attivo in Trentino, le cui origini risalgono al 1511: “un originalissimo sistema di difesa basato su milizie volontarie che sempre si distinsero come scudo per il territorio, mai come forza di aggressione”. Infine, il Presidente ha concluso con l’auspicio che lo Stato italiano faccia un esplicito gesto di riconoscimento e rammarico dell’ingiustizia perpetrata ai danni degli ex soldati austroungarici nel 1918, rimarginando una ferita della storia rimasta aperta tanti, troppi anni”.

Gli onori di casa li ha fatti il sindaco che ha ricordato i prigionieri trentini chiarendo che Isernia dovette allora subire una decisione venuta dall’alto e ricordando alcuni aneddoti di grande umanità e di slancio cristiano, come la pastasciutta della notte di Natale del 1918, preparata per i trentini dai cittadini della città molisana, già ferita dalla guerra in un susseguirsi di eventi tragici che contarono moltissime vittime civili. “Nessuno come gli isernini può dunque comprendere il dolore dei trentini internati irragionevolmente qui”, ha detto il sindaco, “trentini ai quali va il pensiero della mia città in un momento di incontro importante che spero possa sancire una perenne fratellanza tra due comunità che la storia un secolo fa decise di far incontrare”.

Sono poi intervenuti il Landeskomandant degli Schützen, il Vescovo di Isernia, la vicesindaca di Faedo, il sindaco di Pomarolo che ha ricordato che “non esiste futuro senza consapevolezza del passato, dalla storia si impara per non commettere più gli errori del passato”, il vicepresidente della Provincia di Isernia, il direttore della Fondazione Museo storico del Trentino, che ha definito l’iniziativa “un tassello significativo nella direzione della ricostruzione del patrimonio storico della comunità trentina”. Noi siamo impegnati come istituzioni, ha aggiunto, a spiegare quali storture può produrre una vicenda di questo tipo, una memoria non riconosciuta, che ha creato lacerazioni profonde. Percorrere a cent’anni da quell’evento, quelle strade e quei luoghi e immaginare il dolore e il disorientamento dei soldati trentini prigionieri ad Isernia, significa operare non solo sul tasto del ricordo e dei buoni sentimenti, ma riflettere sulla guerra e sull’odio prodotto dai nazionalismi facendo dei passi in avanti: “questo lo si può fare solo non rimuovendo la storia, facendo delle macerie della storia materiale su cui costruire nuove relazioni e valori”.

infine, per inquadrare le vicende storiche, ha parlato l’autrice del volume “Reduci trentini prigionieri ad Isernia (1918-1920)”. Il testo riconsegna alla memoria e alla consapevolezza collettive una vicenda quasi dimenticata che colpì in modo particolare le genti delle valli di Primiero e Lavarone. “Fu un fatto molto grave, un vero calvario” – ha spiegato l’autrice – “anche perché ormai si credeva che, dopo l’armistizio del novembre 1918, la guerra fosse finita”. I 498 soldati primierotti furono richiamati e spinti ad un viaggio forzato di oltre 72 ore fino ad Isernia dove furono internati per oltre due mesi in condizioni miserevoli, stipati in camerate, con cibo scarso e senza le minime condizioni igieniche. L’austrice ha citato due preziosi diari che ripercorrono il viaggio e descrivono quello che accadde in quei mesi, le umiliazioni, la fame e l’avvilente delusione nei confronti dell’Italia. Accanto a questi sentimenti c’e però anche la testimonianza della commovente e compassionevole generosità dei cittadini d’Isernia. Gli uomini furono trattati in totale inosservanza della convenzione dell’Aia e mai seppero per quale legge o per quale reato fossero stati condotti fin qui, prelevati dalle loro case a guerra finita. La memoria non fu mai elaborata, questo argomento funa lungo ignorato dalla storiografia italiana e trentina.

L’evento è stato accompagnato dalle note musicali della banda di Faedo.

Nella giornata di domani sarà deposta una corona al monumento caduti X settembre 1943 nella Chiesa di Santa Chiara. Dopo la celebrazione della Santa Messa officiata dal vescovo nella cattedrale un corteo raggiungerà la Chiesa di Santa Maria delle Monache, uno dei luoghi di prigionia, dove oltre alla deposizione di una corona sarà scoperta una targa in memori dei reduci.

 

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INTERVENTO DEL PRESIDENTE IL GIORNO 6 APRILE A ISERNIA.

La storia si deve guardare negli occhi. Ci vuole coraggio, talvolta, e soprattutto onestà intellettuale, per riconoscere quello che davvero è stato. Anche quando non corrisponde alla propria visione, anche se può non compiacere le proprie convinzioni sul mondo, sul passato e sul presente collettivo. Per la storia trentina la difficoltà di non trasformare la storia in un’opinione è se possibile ancora più accentuata. Sì, perché il Trentino è stato ed è ancora un confine tra due mondi, terra in cui sono convissuti sentimenti di appartenenza e di popolo diversi e compositi. Quanti nostri nonni tornarono dalla Russia alla fine della Grande Guerra, straniati dal non ritrovare più il grande Impero di cui avevano fatto parte e per cui tanti loro compagni erano caduti in terra di Galizia? Sappiamo che larga parte della popolazione delle nostre valli – in quel momento storico – non ferveva affatto di amore per la nuova patria, ma si sentiva semplicemente parte integrante di quello Stato multinazionale che era appunto l’Impero asburgico. C’era consapevolezza della propria cultura italiana, ma anche riconoscimento della cornice complessiva riassunta nella figura del Kaiser. Il mito del Cecco Beppe ancora oggi resiste per molti aspetti all’usura del tempo.

E’ d’altro canto innegabile il vigore che ebbe per un’altra parte di popolazione trentina – in particolare giovani e intellettuali – l’aspirazione ad un abbraccio con la madre della lingua da sempre parlata in Trentino, quindi con la giovane Italia, che si riconosceva allora attorno alla monarchia sabauda. Molti diedero la vita per questa tensione ideale.

E allora il nostro compito di trentini del Duemila è di rispettare fino in fondo la complessità della nostra storia. E di riconoscere dignità e rispetto a tutti coloro che hanno creduto e che hanno sofferto. Un percorso questo fortunatamente avviato da tempo, grazie a una nuova generazione di storici appassionati, valenti e senza paraocchi ideologici. Oggi siamo in grado di rendere onore anche a chi rimase vittima dei vicoli ciechi della storia, incolpevole capro espiatorio delle contraddizioni di una fase che fu di cambiamento epocale, con la transizione del Welschtirol dal mondo germanofono a quello italiano. Un salto brusco dal Tirolo alle Venezie, una rotazione dello sguardo di 180 gradi, da nord a sud.

Per fortuna questa transizione fu mitigata e governata saggiamente – alla fine della seconda guerra – attraverso il riconoscimento dell’ autonomia speciale, regionale e provinciale, un presidio a tutt’oggi fondamentale per le particolari prerogative delle nostre terre alte.

Onore allora a quelle centinaia di poveri soldati del Trentino orientale, che a guerra finita – dopo anni di patimenti, lontanissimo da casa – vennero radunati in Primiero e di qui avviati verso un’assurda prigionia fuori tempo massimo, in terra molisana. La gente umile di Isernia accolse i nostri concittadini – che non erano certo pericolosi sovversivi – senza alcuna ostilità, anzi con la disponibilità a dare aiuto e a una sorta di fratellanza in tempi di disgrazia per tutti. E’ un dettaglio importante, questo, che ci mostra come il senso di umanità sopravvive anche nelle ore più buie e drammatiche.

Oggi ho l’opportunità, a nome di tutta l’assemblea legislativa della nostra Provincia Autonoma, di salutare con amicizia e calore il sindaco e tutti i cittadini di Isernia, che ci fanno spazio per dare conto di questa nota stonata della storia. Isernia subì nel 1943 un durissimo bombardamento da parte degli Alleati, ma anche a Trento piovvero le bombe dal cielo nel ’43, poi nel ’44 e nel ’45, con centinaia di vittime innocenti e quartieri come la Portela praticamente distrutti. Le guerre sono state e continuano ad essere una clamorosa sconfitta della ragione. Cerimonie come queste di Isernia vogliano essere allora anche un inno alla concordia tra i popoli e alla pace.

Un grazie e un abbraccio rivolgo alla Federazione degli Schuetzen del Welschtirol, cui dobbiamo questo bellissimo viaggio della memoria. I Welschtiroler sono tuttora orgogliosamente attivi in Trentino. Si tratta di un’associazionismo molto particolare, la cui origine risale all’imperatore Massimiliano I – di cui nel 2019 ricorre il cinquecentenario della morte – e al Landlibell del 1511, con il quale pose appunto le basi per un originalissimo e capillare sistema di autodifesa territoriale, basato su milizie volontarie. Gli Schuetzen, da allora in poi, si sono sempre coerentemente distinti come scudo per il proprio territorio, mai come forza d’aggressione.

Infine un auspicio. Sarebbe giusto, importante ed estremamente apprezzato in Trentino un esplicito gesto di riconciliazione da parte dello Stato italiano, una parola che fosse di riconoscimento e rammarico per l’ingiustizia perpetrata nel 1918 ai danni degli ex soldati austroungarici del Primiero e del Vanoi. Una parola che potrebbe estendersi ad altri capitoli collegati di quella storia – come l’internamento all’Asinara di altri ex prigionieri di Russia – e che potrebbe rimarginare una volta per tutte la ferita rimasta aperta per cento anni tra la gente di queste nostre splendide valli.