(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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L’arte di raccontarsi: Franco Zaccagnino
Il maestro lucano protagonista della rubrica dell’Ufficio stampa della Giunta regionale della Basilicata, curata da Katia Mancusi.
Parla del percorso che lo ha condotto a trasformare la canna in un originale linguaggio artistico nel quale materia e mito si fondono in un dialogo continuo.
Nuovo appuntamento con la rubrica “L’arte di raccontarsi”, realizzata dall’Ufficio stampa della Giunta regionale della Basilicata e curata da Katia Mancusi, dedicata a Franco Zaccagnino, artista che ha dato vita all’Arte Arundiana e all’omonimo museo di Sant’Ilario, trasformando un materiale appartenente alla tradizione contadina in un mezzo espressivo capace di generare un linguaggio del tutto originale.
Nel corso dell’intervista, Zaccagnino ripercorre le origini di una ricerca nata quasi inconsapevolmente.
Il rapporto con la canna affonda le radici nell’infanzia, quando quel materiale rappresentava uno strumento semplice con cui costruire piccoli giochi e oggetti di uso quotidiano.
Soltanto dopo gli studi artistici, però, la canna è tornata tra le sue mani assumendo un significato completamente diverso, diventando il punto di partenza di una sperimentazione priva di modelli ai quali ispirarsi.
L’artista racconta di essersi trovato solo di fronte alla materia, chiamato a comprenderne possibilità e limiti senza alcun riferimento precedente.
Da questa relazione diretta hanno preso forma le prime opere decorative, oggetti che si allontanavano dalla tradizione rurale per assumere una funzione esclusivamente artistica.
Una fase iniziale che sembrava aver concluso il proprio percorso ma che, con il passare del tempo, ha lasciato emergere nuove prospettive suggerite dalla stessa natura del materiale.
Nella sua riflessione la canna non rappresenta infatti soltanto un supporto tecnico ma una presenza capace di orientare il processo creativo.
La sua superficie, la consistenza e le qualità tattili diventano elementi con i quali instaurare un dialogo continuo, fino a suggerire forme e direzioni inattese.
Da questa evoluzione nascono le grandi architetture urbane, opere che gli hanno consentito di ottenere importanti riconoscimenti e di presentare al pubblico una ricerca del tutto inedita, tanto da rendere necessario attribuire un nome a questo nuovo linguaggio artistico: Arte Arundiana.
Il percorso creativo prosegue con una trasformazione ancora più profonda.
La canna smette di essere semplice materia da modellare e diventa essa stessa soggetto dell’opera.
Figure umane, volti e presenze emergono naturalmente dalle forme offerte dal materiale, dando origine a una fase che l’artista descrive come una vera esperienza di confronto con la propria idea di creazione.
È come se la materia suggerisse autonomamente le immagini da portare alla luce, ridimensionando il ruolo stesso dell’autore e aprendo una riflessione sul rapporto tra intuizione, sensibilità e gesto artistico.
Questa ricerca conduce anche allo sviluppo di una particolare soluzione compositiva.
Le figure vengono collocate su fondi neri in rilievo che ne esaltano la tridimensionalità e ne amplificano la presenza nello spazio.
L’opera sembra così oltrepassare il limite della superficie per instaurare un dialogo diretto con l’osservatore, dando la sensazione che le sculture possano condividere lo stesso tempo e lo stesso ambiente di chi le contempla.
Uno dei momenti più significativi del percorso di Zaccagnino è rappresentato dalla figura di Siringa, ispirata alle Metamorfosi di Ovidio.
La vicenda della ninfa trasformata in canna diventa il simbolo di una ricerca nella quale mito e creazione artistica si intrecciano fino a fondersi.
Da quel racconto nasce il desiderio di restituire un volto a quella presenza nascosta nella materia, immaginando che ogni canna possa custodire una storia ancora da rivelare.
La realizzazione della scultura dedicata a Siringa segna l’inizio di un dialogo che continua ancora oggi e che ogni anno trova espressione in una performance ospitata all’interno del Museo di Arte Arundiana, dove la figura torna simbolicamente a prendere vita svelando una nuova opera.
L’intervista restituisce il profilo di un artista che ha costruito il proprio linguaggio attraverso un costante confronto con la materia, lasciando che fosse quest’ultima a indicare nuove possibilità espressive.
Un percorso nel quale memoria, sperimentazione e immaginazione convivono fino a trasformare un elemento semplice della natura in uno strumento capace di raccontare storie, evocare miti e interrogare il rapporto tra uomo, arte e realtà contemporanea.
