Di Luca Franceschi
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La tragedia si è consumata il 24 giugno 2026 a San Martino di Lupari, dove un giovane operaio ha perso la vita a causa di un malore fatale determinato dalle temperature insostenibili. Non si tratta di una fatalità, bensì dell’ennesimo drammatico omicidio sul lavoro, figlio di un sistema che mette sistematicamente il profitto e i ritmi di produzione davanti alla vita umana.
Rifondazione Comunista esprime il più profondo cordoglio alla famiglia del lavoratore, ai suoi colleghi e alla comunità colpita da questo lutto. Tuttavia, il cordoglio e la retorica del giorno dopo non bastano più: siamo di fronte a una strage continua che si ripete puntuale a ogni ondata di calore anomala, amplificata da una crisi climatica che i governi e le associazioni datoriali continuano a ignorare e negare o a trattare come un’emergenza temporanea, anziché come un dato strutturale drammatico col quale fare i conti immediatamente.
Costringere i lavoratori a turni massacranti sotto il sole cocente, nei cantieri, nella logistica o in capannoni industriali surriscaldati e privi di adeguata ventilazione, senza tutele reali e senza un ricorso automatico alla cassa integrazione per eventi meteo, significa esporli deliberatamente a rischi mortali. Questa non è sfortuna, questo è sfruttamento nella sua forma più feroce.
Il partito torna a pretendere con forza l’introduzione immediata di norme di legge vincolanti e sanzioni penali severissime per le imprese: con alte temperature l’attività lavorativa nei settori a rischio deve essere immediatamente e obbligatoriamente sospesa. È necessario attivare la cassa integrazione ordinaria, garantendo il salario pieno e senza alcuna decurtazione per i lavoratori.
I protocolli d’intesa su base volontaria e i semplici inviti alla prudenza si sono dimostrati storicamente e tragicamente insufficienti. Servono leggi urgenti, controlli a tappeto degli ispettorati del lavoro e l’introduzione formale del reato di omicidio sul lavoro nel codice penale, per colpire duramente chi risparmia sulla salute e sulla pelle di lavoratrici e lavoratori.
Non si può rimanere a guardare mentre i corpi delle lavoratrici e dei lavoratori vengono sacrificati sull’altare della produttività e del mercato. La salute non è una merce, la vita non è un costo da tagliare.
