Di Luca Franceschi
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La procura di Roma ha concluso un procedimento giudiziario particolarmente complesso con la richiesta di un ergastolo e tre condanne a pene superiori ai 17 anni per l’omicidio di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano sottoposto a tortura negli istituti penitenziari egiziani. È opportuno ricordare che durante l’intero processo non è stato nemmeno possibile interrogare gli indagati, un aspetto che sottolinea ulteriormente le difficoltà investigative incontrate.
La vicenda rappresenta un episodio profondamente scandaloso che evidenzia il discredito gravissimo che ricade sia sull’attuale governo italiano che su quelli che lo hanno preceduto. Questi ultimi hanno mantenuto una postura di tolleranza verso il Cairo, proseguendo senza interruzione nella commercializzazione di armamenti destinati all’Egitto e collaborando costantemente con il presidente al Sisi, rinunciando completamente a intraprendere qualsiasi azione concreta volta ad ottenere giustizia per il caso di Regeni.
Si tratta di una precisa determinazione politica. Il regime egiziano, considerato complice di quello israeliano, viene trattato come un alleato intoccabile nei confronti del quale risulta impossibile esercitare qualsiasi pressione. A più di un decennio dai fatti, i genitori di Giulio, insieme alla sua straordinaria avvocata e alla moltitudine di cittadini che si sono solidarizzati con la famiglia, si trovano ora in possesso della richiesta di condanna nei confronti dei responsabili delle torture, sebbene rimanga estremamente improbabile che questi ultimi sconteranno effettivamente la pena.
L’auspicio è che in futuro si assista a un cambiamento radicale negli atteggiamenti politici nei confronti di chi è responsabile di simili crimini.
