Di Luca Franceschi
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Monsignor Migliavacca, vescovo di Arezzo, ha agito coerentemente con i propri principi partecipando insieme alla comunità bengalese alla celebrazione per la conclusione del Ramadan. Tuttavia, tale gesto ha scatenato una campagna d’odio sui social media che risulta non solo squallida e vile, ma merita di essere denunciata sia per la natura di reato che comporta, sia perché rappresenta un danno concreto alla coesione sociale del Paese.
Desta particolare preoccupazione il silenzio assordante da parte dei vertici istituzionali. Il ministro dell’Interno e la presidente del Consiglio, che frequentemente si esprimono sulla violenza politica ritenendola prevalentemente di matrice sinistra, non si sono pronunciati sulla questione. Ci si interroga sul motivo per cui da quei palazzi non giungono parole di ferma condanna nei confronti di questo episodio di hate speech.
Dal punto di vista di chi sostiene i valori costituzionali della Repubblica, è inaccettabile che qualsiasi persona venga sottoposta a minacce e violenza verbale a causa del proprio credo religioso. Occorre garantire pieno rispetto ai circa 1.700 mila cittadini italiani che professano la fede musulmana, operando in piena osservanza della legge vigente.
L’azione intrapresa dal vescovo di Arezzo rappresenta un contributo significativo alla pace e alla convivenza concreta, fondata sul dialogo autentico e sulla reciproca conoscenza, in un contesto internazionale dove i conflitti sono ancora alimentati da motivazioni religiose. Tale gesto costituisce un esempio civico che dovrebbe essere emulato da tutti.
Risulta necessario rammentare, in particolare a chi riveste incarichi di governo, che professare la religione musulmana non costituisce alcun reato. Diversamente, la diffusione dell’odio razziale e la nostalgia per il fascismo rappresentano comportamenti che violano gravemente i principi costituzionali della Repubblica.
