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PRC – PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA: «OPERAZIONE EUROPOL: NON UN BRANCO DI MOSTRI MA ESERCIZIO DI POTERE PATRIARCALE.»

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10.20 - lunedì 6 luglio 2026

Di Luca Franceschi
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L’operazione dell’Europol che ha smantellato una rete internazionale di uomini dediti a sedare e violentare le proprie compagne rappresenta una realtà dalla quale non possiamo distogliere lo sguardo. Non si tratta di un isolato “raptus” o di semplice cronaca nera, bensì di un fenomeno organizzato e sistematico. I parallelismi con il caso Pelicot in Francia risultano evidenti e impongono un’analisi di natura politica, antecedente anche a quella penale.

Occorre anzitutto evitare l’errore di cedere alla narrazione mediatica del “mostro” o della devianza psichiatrica. Descrivere questi crimini come frutto di follia serve solamente ad auto-assolvere la società nel suo insieme. Una rete che utilizza chat crittografate, calcola metodicamente i dosaggi farmacologici per azzerare la volontà altrui e pianifica gli abusi in modo seriale non presenta nulla di irrazionale. Rappresenta piuttosto l’esercizio lucido e spietato di un potere.

Il problema risiede nel suo fondamento materiale: la concezione del corpo femminile come proprietà. L’impiego dei sedativi assolve esattamente a questa funzione: annullare la coscienza della donna per ridurla a un oggetto inerte, completamente disponibile. Non è casuale che questa pratica si concretizzi proprio all’interno della famiglia, il luogo che la retorica dominante descrive come rifugio sicuro, ma che nella storia si è trasformato nel perimetro chiuso dove il dominio patriarcale si esercita senza alcun ostacolo.

Questa visione proprietaria dei corpi non rappresenta un’anomalia. Patriarcato e capitalismo si sostengono reciprocamente. In una società strutturata sull’estrazione di valore, sullo sfruttamento e sull’utilizzo dell’altro come strumento, la logica predatoria si estende inevitabilmente anche alle relazioni affettive. L’individuo smette di essere riconosciuto come soggetto e viene trasformato in possedimento.

L’aspetto che rivela in maniera definitiva la natura di questa violenza è la “rete” stessa. Perché questi uomini sentono l’esigenza di filmare, scambiarsi “consigli” e costituire gruppo? In questo emerge l’alleanza patriarcale: il corpo della donna violata diventa una valuta di scambio per affermare il proprio status all’interno del gruppo maschile. I carnefici si validano reciprocamente, normalizzando il crimine. Si tratta della medesima matrice organizzativa che ritroviamo alla base della condivisione non consensuale di materiale intimo: la violenza quale strumento per cementare un cameratismo tossico.

Di fronte a queste atrocità, l’apparato statale si limita a interventi posteriori, rassicurando l’opinione pubblica ricorrendo al solo strumento penale. Tuttavia, la repressione non tocca la radice strutturale del problema. Appare ipocrita invocare giustizia quando le istituzioni tagliano i fondi ai presidi antiviolenza, si oppongono all’educazione sessuale e affettiva nelle scuole pubbliche e mantengono tassi di precarietà e disparità salariale che impediscono l’indipendenza economica delle donne.

Per sradicare questa violenza è necessaria un’alternativa radicale: demolire la cultura del possesso fin dall’infanzia, garantire l’indipendenza materiale e rovesciare i rapporti di forza. Qualunque lotta contro la violenza di genere che non sia anche strutturale e anticapitalista è inevitabilmente destinata al fallimento.

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