Di Luca Franceschi
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Mohamed Amin Bassioud, un giovane di 22 anni, ha perso la vita durante una perquisizione dei carabinieri a Cosenza, toglendosi la vita lanciandosi dal balcone. Secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine, durante il controllo sarebbero stati rinvenuti circa cento grammi di hashish, dopo di che il ragazzo sarebbe stato ammanettato. Tuttavia, la madre del giovane contesta fermamente questa versione dei fatti, sollevando dubbi significativi su quanto realmente accaduto.
La testimonianza della madre rivela circostanze particolarmente preoccupanti. Sostiene infatti che il figlio sarebbe stato rinchiuso nella propria stanza senza possibilità di ricevere il suo aiuto, e che le sarebbe stato impedito di raggiungerlo e prestargli soccorso fino all’arrivo del 118. Dalla lettera del suo avvocato emerge che Mohamed aveva già tentato il suicidio in precedenza ed era seguito da una struttura specializzata. Il ragazzo viveva inoltre con il costante timore degli interventi delle forze dell’ordine, a causa dei quali si trovava agli arresti domiciliari per una questione legata alle droghe leggere.
Un problema strutturale emerge chiaramente da questa tragedia: le forze dell’ordine in Italia non dispongono di una formazione adeguata per gestire situazioni che coinvolgono persone con fragilità psichiche. Episodi come quello di Mohamed, così come il caso di Abderrahim Fakir a Bologna, dimostrano come l’approccio repressivo e coercitivo continua troppo spesso a prevalere sulla tutela della persona, con conseguenze drammatiche. In circostanze di questo tipo, la priorità dovrebbe essere la salvaguardia dell’incolumità, non la sola logica della punizione.
Questa tragedia non rappresenta un caso isolato. Sempre più frequentemente si assistere a episodi in cui, durante perquisizioni o interventi delle forze dell’ordine, soprattutto giovani arrivano a togliersi la vita. Fenomeno che impone una riflessione profonda sul modello repressivo adottato nel nostro Paese e sulla sua effettiva efficacia nel garantire sicurezza collettiva.
Rifondazione Comunista sottolinea come Cosenza sia sempre più schiava del traffico e del consumo di cocaina, fenomeni che alimentano il potere della criminalità organizzata e producono un enorme danno sociale. Paradossalmente, si continua a concentrare una parte significativa dell’azione repressiva su vicende legate alle droghe leggere. È una strategia che non ha prodotto né maggiore sicurezza né una riduzione del consumo di sostanze e che merita di essere profondamente ripensata. A questo proposito, il partito ritiene sia arrivato il momento di affrontare con coraggio il tema della depenalizzazione delle droghe leggere, superando un approccio che criminalizza migliaia di giovani senza produrre benefici tangibili per la sicurezza della collettività.
È fondamentale che la magistratura faccia piena luce su quanto accaduto, accertando ogni eventuale responsabilità. Ma è altrettanto necessario lavorare affinché tragedie come questa non si ripetano. Non è più accettabile che persone perdano la vita durante interventi nei quali lo Stato dovrebbe garantire innanzitutto la tutela della loro incolumità.
Rifondazione Comunista è convinta che la sicurezza non si costruisca attraverso la repressione indiscriminata, ma investendo nella salute mentale, nei servizi sociali, nella prevenzione, nella riduzione del danno e in un sistema di giustizia capace di coniugare legalità, diritti e dignità della persona. Una società più giusta è una società che cura, accompagna e previene, non una società che risponde a ogni problema con la sola logica della punizione.
