Di Luca Franceschi
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La polemica sulla partecipazione della Russia alla Biennale Arte 2026 continua a infiammare il dibattito pubblico. Al centro delle critiche figura Pietrangelo Buttafuoco, presidente dell’istituzione veneziana, accusato di essere amico personale del ministro Giuli e di condividere simpatie fasciste legate al suo passato in Fronte della Gioventù e Alleanza nazionale.
Tuttavia, dalla ricostruzione dei fatti, emerge che Buttafuoco non ha intrapreso alcuna iniziativa personale per invitare la Russia, né ha combattuto contro presunti tentativi di censura della cultura. La Biennale stessa ha chiarito che nessuno ha formalmente invitato il Paese, ma il regolamento prevede che tutti gli Stati riconosciuti dalla Repubblica italiana possano richiedere di partecipare alla manifestazione. La Russia, in virtù di questa norma e in quanto proprietaria del proprio padiglione fin dal 1914, ha deciso quest’anno di presentare domanda di adesione.
Di fronte a questa situazione, Buttafuoco non ha avuto alternative e ha dovuto accettare la partecipazione russa. Tuttavia, la crescente pressione internazionale ha costretto il ministro Giuli a richiedere le dimissioni di Tamara Gregoretti, rappresentante del ministero della cultura nel consiglio di amministrazione della Biennale.
Ciò che risulta particolarmente rilevante è l’assenza totale di reazioni analoghe riguardo alla presenza di Israele alla stessa manifestazione. I ministri di 22 Paesi europei che hanno protestato contro la Russia non hanno sollevato obiezioni identiche nei confronti dello Stato israeliano. Allo stesso modo, la Commissione europea, che ha minacciato di sospendere i finanziamenti alla Biennale invocando il rispetto della dignità umana e dei valori europei, sembra considerare compatibili questi principi con le azioni di Israele in Palestina, così come con i bombardamenti americani e israeliani che colpiscono l’Iran.
Il ministro degli esteri ucraino ha dichiarato che la Biennale non deve trasformarsi in una piattaforma per “ripulire l’immagine dei crimini di guerra della Russia”, eppure nessuna voce si è levata per impedire che la stessa istituzione culturale faccia altrettanto con i crimini di Israele.
Non emerge alcuna protesta, alcuna richiesta di dimissioni, nessuna bufera mediatica contro la partecipazione di uno Stato il cui Primo ministro è stato accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità, con tanto di mandato di cattura internazionale.
È opportuno precisare che non si intende difendere Buttafuoco per un “coraggio” che non ha mai effettivamente dimostrato, né si ritiene necessario proteggere un’istituzione come la Biennale, che non ha mai sentito il dovere di assumersi una posizione chiara dinanzi al genocidio del popolo palestinese. Tuttavia, rimane significativo ricordare la storia di questa stessa istituzione culturale pubblica.
La Biennale di Venezia, riformata con uno statuto dichiaratamente antifascista sotto la presidenza di Carlo Ripa di Meana, personaggio che Buttafuoco finge di onorare dedicando uno spazio “ai dissidenti”, ha assunto una posizione netta in occasione della strage di palestinesi a Tall Al Zaatar nel 1976. In un comunicato ufficiale l’istituzione affermò: “dinanzi alla sanguinosa sopraffazione del popolo palestinese perpetrata nell’indifferenza delle grandi potenze, la Biennale di Venezia chiede a giornalisti, cineoperatori, fotografi e testimoni e in particolare ai combattenti di Tall Al Zaatar di far pervenire immediatamente a Venezia i materiali di documentazione perché possano essere presentati già nell’ambito della manifestazione in corso”.
Indubbiamente appartiene a un’altra epoca, a un momento storico in cui i fascisti non avevano accesso ai vertici del Governo italiano. Oggi invece Buttafuoco rappresenta l’espressione di un Esecutivo che si configura come complice nei fatti del genocidio di un popolo di cui il dibattito pubblico non parla più, ma la cui tragedia non si è mai interrotta.
