Di Luca Franceschi
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Una delegazione del regime talebano afghano è stata ricevuta martedì a Bruxelles da esponenti della Commissione Europea in modo informale e in spazi non istituzionali. L’incontro ha suscitato indignazione, soprattutto considerando che soltanto un mese prima il Parlamento Europeo aveva approvato a stragrande maggioranza una risoluzione che condannava il governo afghano per “apartheid di genere”.
Alla riunione hanno partecipato rappresentanti di 15 Stati membri dell’Unione tra cui l’Italia. Il tema principale affrontato è stato il rimpatrio in Afghanistan di persone che non hanno ottenuto asilo politico in Europa e che, secondo il regolamento rimpatri dell’UE, potrebbero essere deportate in un Paese che non può essere definito sicuro.
L’Unione Europea ufficialmente non riconosce il regime al potere, eppure di fatto lo rafforza attraverso questo genere di contatti, operando in maniera che viene definita vigliacca e ipocrita. A quasi cinque anni dall’ascesa al potere dei talebani, la situazione è drammatica: non solo le donne, ma l’intera popolazione ha visto peggiorare le proprie condizioni di vita, le carceri sono sovraffollate di detenuti, e l’Unione Europea si prepara a consegnare ulteriori persone a coloro che vengono considerati responsabili di questi crimini.
Particolarmente grave è la posizione dell’Italia, che prima era tra le forze occupanti in Afghanistan, successivamente si era vantata di aver garantito corridoi umanitari per migliaia di persone in fuga, soprattutto donne, dopo l’arrivo dei talebani a Kabul. Oggi il Paese risulta coinvolto in quello che viene definito un tradimento nei confronti dell’intero popolo afghano.
I rappresentanti della diaspora che protestavano a Bruxelles hanno espresso il loro disapprovazione con uno striscione recante la scritta “shame”, vergogna, ritenuta l’unica parola adatta a descrivere l’accaduto. Per coloro che hanno sottoscritto questo comunicato, le deportazioni rappresentano la fine dell’idea stessa di Europa.
