(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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La morte di Abanoub Youssef, lo studente di 18 anni accoltellato all’interno dell’istituto professionale ‘Domenico Chiodo’ di La Spezia, ci lascia sgomenti e profondamente addolorati. Colpito con un coltello da un suo compagno di classe ‘per gelosia’. Si muore e si uccide a 18, 19, 15, 16 anni. È il segno di un tempo attraversato dall’odio e dalla violenza, sempre più normalizzati, come se fossero inevitabili.
Avanza una cultura del fai-da-te: armi che circolano con facilità, solitudini che si radicalizzano, modelli violenti che diventano linguaggio quotidiano.
Ma non basta rispondere solo con la repressione. Punire senza prevenire non cura, non ricostruisce, non salva. Oggi la questione minorile è la questione centrale del Paese: da La Spezia a Napoli, a Milano, a Roma. Da Nord a Sud. È la cifra di un’epoca in cui il rapporto con l’educazione, la cultura, lo studio non riesce più a produrre anticorpi sociali.
Questo è il punto: la famiglia non è più un anticorpo sufficiente. La scuola non è più un anticorpo sufficiente. La solitudine, invece, cresce e domina. E quando una società smette di prendersi cura dei suoi ragazzi, il prezzo lo paga tutta la comunità. Troppo spesso questi adolescenti, sospesi e fragili, incontrano lo Stato, la scuola, la formazione, la legalità e perfino i sogni solo entrando in carcere.
Eppure interventi tempestivi e mirati sarebbero decisivi: permetterebbero di fermarsi, di riflettere sulla gravità dei gesti, di interrompere una spirale che nasce dall’istinto e dall’istante. È il contesto, profondamente inquinato, che va bonificato.
Il carcere minorile, troppo spesso, non è la soluzione ma parte del problema. E la via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti. Chi sbaglia non deve semplicemente pagare. Deve poter cambiare.
