Di Luca Franceschi
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Siamo agli ultimi giorni della campagna referendaria del 22 e 23 marzo. Il dibattito sulla separazione delle carriere si fonda, secondo l’esponente del Partito Democratico, su un presupposto errato. Chi sostiene che questa riforma renderà più giusta la giustizia ignora i dati reali della situazione: il 51% delle sentenze di primo grado dà torto ai pubblici ministeri, il che dimostra come i giudici non siano affatto schiacciati su di loro.
L’obiettivo della riforma non è quindi rendere più equo il sistema giudiziario, bensì indebolire la magistratura nel suo complesso. Il vero scopo è di natura politica e passa attraverso l’introduzione di un doppio CSM e di un’alta corte disciplinare, strumenti che consentirebbero di sottoporre a pressioni l’autonomia della magistratura stessa.
Si tratta, sostanzialmente, di costruire un assetto istituzionale nel quale il potere esecutivo possa esercitare influenza su chi avrebbe il compito di controllarlo. Quando colui che governa ha la capacità di influenzare chi è deputato a controllarlo, l’equilibrio democratico viene meno. La domanda allora diventa: chi avrà il compito di indagare sui potenti? Chi condurrà le inchieste sulla corruzione? Chi controllerà i reati economici e dei colletti bianchi?
Dietro questa riforma si cela una concezione precisa di democrazia: una democrazia di tipo plebiscitario. Non si tratta di una questione che riguarda la continuità del governo Meloni. Quello che è davvero in discussione è la nostra Costituzione e i suoi principi fondamentali.
Per questo motivo, il Partito Democratico ha chiarito da che parte schierarsi. Il 22 e il 23 marzo il voto sarà No, non con l’intento di penalizzare il governo in carica, ma con l’obiettivo di preservare lo stato di diritto e i valori costituzionali della Repubblica.
