Di Luca Franceschi
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L’Italia continua a registrare un peggioramento nelle valutazioni internazionali riguardanti la libertà di stampa. Secondo la classifica redatta da Reporters sans frontières, il nostro Paese ha subito un significativo arretramento, passando dal 49° al 56° posto nell’arco di un solo anno. Un risultato che rappresenta un campanello d’allarme per lo stato della democrazia nel nostro territorio.
Le minacce che incombono su chi esercita la professione giornalistica sono molteplici e preoccupanti. I professionisti dell’informazione sono quotidianamente esposti a rischi considerevoli: dalla pressione delle organizzazioni criminali, particolarmente nei contesti territoriali più compromessi, fino alle aggressioni verbali e alle campagne d’odio condotte attraverso le piattaforme digitali. A questi fattori si aggiunge il ricorso strategico a querele temerarie, uno strumento sempre più utilizzato per intimidire e silenziare i giornalisti.
Oltre alle minacce esterne, esiste una responsabilità che riguarda direttamente la classe politica nazionale. I tentativi di introdurre limitazioni alla pubblicazione degli atti giudiziari, comunemente definiti “leggi bavaglio”, determinano una restrizione significativa del diritto fondamentale dei cittadini di ricevere informazione completa e trasparente sui procedimenti che riguardano l’amministrazione della giustizia.
La situazione si complica ulteriormente a causa della mancata realizzazione di una riforma strutturale della governance della RAI, un obiettivo previsto dal Media Freedom Act europeo che rimane ancora inattuato. Questa assenza di riforme consente alla politica di mantenere un’influenza indebita sul servizio pubblico radiotelevisivo, compromettendo l’indipendenza editoriale che dovrebbe caratterizzarlo.
