Di Luca Franceschi
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L’industria rappresenta una componente fondamentale del modello economico e sociale italiano ed europeo, determinando il peso strategico dei nostri Paesi sulla scena internazionale. In un contesto geopolitico dove anche i dazi annunciati dagli Stati Uniti rispondono prima di tutto a logiche di politica industriale, rinunciare a una strategia industriale propria significa perdere capacità di influenza e di governo sui processi economici globali. L’Europa corre il rischio concreto di trovarsi nella posizione del “vaso di coccio tra i vasi di ferro”, stretta nella competizione tra Stati Uniti e Cina, senza capacità di agire autonomamente. Non è possibile limitarsi a subire o a inseguire le strategie altrui: occorre elaborare una propria strada, dotata di autonomia e ambizione.
I rapporti Draghi e Letta hanno fornito analisi e indicazioni di rotta preziose per orientare l’azione europea. Tuttavia, il principale ostacolo rimane la lentezza dell’Unione europea nel convertire queste indicazioni in decisioni concrete e operative.
L’Italia si trova in una posizione particolarmente vulnerabile. Pur rappresentando una grande potenza industriale ed esportatrice, la nostra produzione arretra ormai da tre anni consecutivi. Accanto a debolezze strutturali di lungo periodo, incidono anche scelte sbagliate nella definizione delle politiche pubbliche, che vanno dalla gestione del settore energetico agli incentivi per gli investimenti, fino alla amministrazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. La formulazione di una nuova agenda dedicata alle politiche industriali diventa quindi imprescindibile per invertire questa tendenza negativa.
A livello europeo è necessario trovare un equilibrio pragmatico che eviti che i processi di decarbonizzazione si trasformino in deindustrializzazione, consentendo invece di cogliere pienamente le opportunità offerte dalla green economy. Il Green Deal e il sistema di scambio di quote di emissioni vanno adeguati alla nuova situazione geopolitica e all’evoluzione tecnologica della manifattura moderna.
Per quanto riguarda l’Italia, un cambio di passo è indispensabile soprattutto sul fronte energetico. La direzione da seguire è stata recentemente indicata dal governatore della Banca d’Italia: sviluppo delle fonti rinnovabili, potenziamento delle reti infrastrutturali ed efficienza energetica. Contemporaneamente serve una trasformazione della governance delle politiche industriali, con l’implementazione di strategie di filiera, definizione di missioni chiare per le aziende partecipate dallo Stato, utilizzo strategico della leva degli appalti pubblici e un sistema fiscale orientato alla crescita economica. Altrettanto cruciale è una svolta sulla qualità del lavoro: il modello economico costruito su bassa produttività, bassi salari e scarsa crescita non è più sostenibile. Modificare gli assetti attuali su salari e produttività rappresenta la via imprescindibile per uscire dalla stagnazione economica che caratterizza il Paese.
